Versus vs versus

Tuesday, November 27, 2007

Le variabili veltroniane

La ri-discesa in campo di Berlusconi ha avuto il merito di rendere chiaro e distinto a tutti che Romano Prodi e il suo governo sono stati sorpassati a sinistra e al centro, di sopra e di sotto. Non si spiegherebbe altrimenti perché, anziché suonare il campanello bolognese del Presidente del Consiglio italiano per parlare di riforme istituzionali e legge elettorale, i leader dei partiti che compongono la Casa delle Libertà che fu preferiscano fare la fila presso la tenda di Walter Veltroni, capo di due partiti che non ci sono più e segretario di un partito che ancora non c’è. Romano Prodi, circondato da una Corte dei Miracoli che può mandarlo a casa da un momento all’altro, Miracolato lo è: il leader del partito che ancora non c’è non ha nessuna intenzione di mandarlo a casa perché non ne trarrebbe nessuna convenienza. Prodi il miracolato deve ringraziare san Silvio da Arcore: gli ha fatto la grazia. Perché se il Cavaliere non avesse fatto la mossa di San Babila, Walter il buono avrebbe liquidato il Miracolato levandogli pure il TFR. Tuttavia, ora come ora, il Buono non può permettersi di concedere al Cavaliere il favore degli umori della folla: se si andasse a votare adesso, il risentimento nei confronti dell’attuale governo, annesso all’euforia per il nuovo (?!) Partito del Popolo (o qualsiasi altro nome rivendichi a sé Forza Italia), castrerebbe il PD seduta stante, trasformando l’astro nascente (Walter il Buono) in stella cadente. Chiarito che Veltroni non ci sta né ci starà a fare il gioco del Cavaliere (che non per niente tra le due condizioni per il dialogo chiama al voto subito), i giochi (salvo che qualcuno della Corte dei Miracoli non scarichi all’improvviso Prodi il Miracolato) sono rimandati alla scadenza di legislatura, o quantomeno più in là possibile col tempo. Più in là laddove davvero potrebbe aprirsi quella nuova stagione di cui Veltroni parla e straparla da quattro stagioni consecutive: chiarito che, quando sarà, Berlusconi non potrà più rivendicare a sé quella leadership che finora si è legittimata (o auto-legittimata?) a suon di sondaggi e populismi, facendo ricorso a quella che si definisce la volontà diretta del popolo (che è sovrano), Berlusconi non potrà esercitare più alcun tipo di egemonia sulla coalizione di centrodestra che, seppure in forme probabilmente assai differenti da quelle che finora conosciamo, ci sarà e non potrà non esserci. A rendere impossibile al Cavaliere la strategia che finora lo ha legittimato e che egli stesso ha utilizzato come suo cavallo di battaglia (e che è stato al contempo il cavallo di Troia dell’antipolitica nella politica) sarà quella stessa legge elettorale proporzionale senza vincoli di coalizione che fra pochi giorni andrà a discutere al tavolo con Veltroni. Suicido politico o qualcosa rimane nell’oscurità? Alla mossa di San Babila e agli sviluppi degli ultimi giorni si può riconoscere razionalità, intelligenza, lucidità e logica sulla base di uno e un solo presupposto: che Berlusconi abbia l’idea di lasciare a breve Forza Italia e di aver già designato il proprio erede. Che tutto abbia preso le mosse da Milano non è un caso; che i movimenti, i circoli che da qualche tempo tentano di dare nuova linfa a Forza Italia rappresentino (o tentino di rappresentare) quella che vuole (o vorrebbe) essere (o si definisce tale) la parte più dinamica del Paese, che incarna un modello sociale, civile, morale, ben delineato, non è un caso. Se si vuole scavare nel fondo di un partito che spesso è stato definito di plastica, fra le poche personalità di contenuto e spessore politico che Forza Italia ha accudito in questi anni, non si può non pensare al governatore della Lombardia Roberto Formigoni. Si potrebbe obiettare che non ha l’impatto mediatico di Berlusconi, che oramai è, come si direbbe per gli attori, schiavo del proprio personaggio e potrebbe risultare antipatico a quegli italiani (e sono la maggior parte) che non sono la Lombardia. Ma è anche vero che nell’era dell’informazione pervasiva e persuasiva, i media fanno miracoli: all’inizio dell’anno Veltroni inaugurava piazze e vie e presenziava a sagre della porchetta, oggi è leader di un partito che non c’è. Tra non molto la stessa sorte potrebbe toccare al governatore lombardo. Forza Formigoni: mal comune mezzo gaudio.


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Sunday, November 18, 2007

In nome del Popolo

Ventiquattr’ore fa era il Pugile Suonato dalla mancata spallata. Ieri da piazza San Babila a Milano ha danzato come una farfalla e punto velenoso più di un’ape i suoi alleati prima ancora che i suoi avversari. Può piacere o non piacere Silvio Berlusconi, ma non se ne può mettere in discussione l’intelligenza, l’istinto, la creatività da coup de théatre quale ha messo ieri in campo per l’ennesima volta. L’idea del Partito del Popolo, forte di (presunte) 7 milioni di firme è la mossa giusta al momento giusto, e soprattutto rimette lui come uomo giusto, segno di una Provvidenza che lui stesso contribuisce a disegnare. Lui, che pareva essere stato messo all’angolo dagli aut aut di Fini e dalle mosse di Casini, ha messo gli alleati alle corde: l’UDC da sola ci ha provato ma non va da nessuna parte, AN si è smarcata troppo tardi dal Vate di Arcore e ha perso per strada pezzi importanti che ora hanno la bava alla bocca soprattutto perché rischiano di rimanere senz’osso; a Palazzo Congressi all’Eur Berlusconi ha battezzato La Destra, e al contempo gli ha dato l’estrema unzione, non senza negarsi l’occasione di indebolire il partito di Fini e la sua leadership finora mai messa in discussione dai colonnelli che anzi, sembrano in queste ore fare quadrato attorno al proprio presidente. Notevole poi la mossa di sciogliere Forza Italia e battezzare il Partito del Popolo proprio a Milano: è uno schiaffo al romanocentrismo del PD di Walter Veltroni, l’avviso di uno scontro diretto senza esclusione di colpi; gli spiragli al dialogo sono politically correct d’etichetta, nel Dna del Cavaliere c’è la sfida, l’idea quasi darwiniana che la propria affermazione passi per l’annientamento dell’avversario. Inoltre, porsi a fondatore e leader del nuovo soggetto politico speculare al PD, taglia i contatti di Fini e Casini con Veltroni che sarà costretto a riconoscere Berlusconi come suo diretto interlocutore, mentre i leader di UDC e AN altro non possono che tornarsene all’ombra del Cavaliere, costretti a sparire per non perire. La mossa di San Babila distrae poi dagli errori che in questi ultimi mesi hanno caratterizzato la strategia berlusconiana: le critiche di Casini prima e soprattutto quelle di Fini, ancorché tardive, non sono del tutto infondate, anzi. Insomma, con destrezza il Cavaliere ha tirato fuori dal cilindro il piano B e con sapiente arte illusionistica è riuscito a farlo credere piano A: “Chissà da quanto la preparava la mossa” si staranno chiedendo i parrucconi di tutti i partiti. Però. Però il colpo di mano berlusconiana si fonda su un presupposto, probabile, ma non scontato, e cioè che gli alleati per l’ennesima volta si adeguino e confluiscano placidi nel nuovo soggetto politico. Dato per scontato che la Lega non ci sarà (se coerente ai propri principi e alla cultura politica che ha fin qui coltivato) e che il peso de La Destra è del tutto ininfluente , UDC e AN potrebbero andare ciascuno per la propria strada: l’operazione berlusconiana abortirebbe passando da innovativa sul piano dei contenuti (sebbene questo sia tutto da vedere) a puro restyling forzaitaliota che si ritroverebbe il problema numerico; qualunque apporto possano dare la Brambilla e Dell’Utri coi propri movimenti, appare comunque difficile che Forza Italia (pardon, il Partito del Popolo) possa avere i numeri per governare da solo. È lo stesso problema che si ritrovano nel PD. Avranno UDC e AN il coraggio di dire no? La loro scelta non sarà di poco conto perché può davvero delineare il futuro della politica italiana inteso come idea che della politica vogliamo avere: una politica dell’immagine perlopiù priva di sostanza e contenuti, fatta di slogan che si combattono a botte di ONI (Berlusconi – Veltroni), o una politica dove i partiti ritornino protagonisti nel ruolo di aggregatori di idee e promotori di cultura politica, centri di elaborazione di pensiero civico e impegnato? Qualcuno trovi il coraggio di dire no ai macchinisti di un viaggio che conviene solo a loro, non certo al Paese che da troppo è carrozza morta trascinata da locomotive impazzite che spacciano le proprie voglie bambinesche per volontà popolari adulte. Perchè se anche è vero che il problema sono i parrucconi della politica, non è detto che la soluzione migliore stia in un parrucchino.


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Monday, November 12, 2007

Voglio trovare un senso

Più di due mesi senza una riga sono tanti. Ma sono anche dettati dalla presa forte di coscienza che rimane ben poco senso e molta poca ragione in ciò che quotidianamente è accaduto in questi due mesi e più. In un mondo dove vige il non senso di ciò che si fa e si dice, mi ci voleva l’assurdità di una tragedia a farmi provare ancora un fremito, qualcosa che mi riportasse qui dove avevo lasciato. Ci voleva la morte insensata di un giovane dj della Capitale per ritrovare il filo di un senso che sembriamo aver smarrito un po’ tutti, persi come siamo tra la ricerca e la fruizione di un forzato sensazionalismo da prima pagina, in balia di telepredicatori competenti solo della propria boria, sconfitti come sono dalla narcisistica voglia di aver ragione delle proprie cazzate e fieri di renderne edotta la popolazione catodica ebete. Sarebbe stata l’occasione di trattare un episodio per ciò che è stato: una tragedia all’autogrill, dettata forse dal caso, forse da un chissà perché facile grilletto. Stop. Non si aveva da aggiungere altro se non retoricamente rammentare come la giustizia avrebbe fatto il suo corso. E invece no. Ritornare ossessivi e morbosi sull’episodio, collegarlo strettamente al calcio, al tifo, al celerino bastardo. Non è solo colpa dei media certo, ma chi nel mondo dell’informazione fa la vergine, è di certo più senza vergogna di una qualsiasi battona di strada.
Il tragico episodio al mattino presto: alle 12 sono ancora in pochi a sapere, poi i telegiornali: i tifosi entrano in fibrillazione e sono le prime avvisaglie dello scontro. FIGC e Governo in primis sono ai soliti problemi, fin da quando la notizia raggiunge il Ministero degli Interni e poi il premier: ce la facciamo addosso o ci mettiamo su un Pampers? Si gioca, ma con la cacca fino al collo: a Bergamo qualche carica fuori dallo stadio e il Siulp che impreca in TV “Quello stadio non è a norma e noi lo avevamo detto”; a Milano interisti e laziali girano indisturbati in scene da “tutta mia la città”; a Roma i pronipoti di Nerone danno fuoco al CONI. E si diffondono stamane i rumors, in piccoli ambienti giornalistici locali, per i quali ieri, nel tardo pomeriggio, a bordo di un treno che riportava alcuni ultrà a casa, scoppia una bomba carta. Passeggeri scioccati e scossi. Il capotreno ferma alla prima stazione, chiede l’intervento delle forze dell’ordine e si sente rispondere picche. “Quel treno deve tornare a casa” gli viene intimato al telefono da alti funzionari. La notizia non trova alcun riscontro è vero, anzi, sarà sicuramente opera di qualche burlone, ma sconcerta quanto nella sua falsità sia tragicamente verosimile: è la fiction di una realtà in cui lo Stato si è arreso ieri alla follia della folla. Non per caso oggi il presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga ha dichiarato: «Negli anni di piombo non si sarebbero neanche sognati di assaltare caserme dei carabinieri o della polizia. Se gli autonomi lo avessero fatto, noi avremmo sparato subito e la seconda volta non ci avrebbero riprovato». Ed è facile oggi parlare di tifosi e chiamarli terroristi, quando ieri abbiamo permesso che scorrazzassero liberi come buoni vitellini da latte. Se davvero dal Vicinale il segnale chiaro è stato quello di non agire, agli Interni debbono ringraziare il cielo che la rabbia ottenebra il raziocinio: cosa sarebbe successo se i facinorosi si fossero accorti che gli ordini erano quelli di stare ai propri posti, di non intervenire? Non sapremo mai chiaramente cosa sia successo in un dannato Sunday Bloody Sunday di metà novembre, ma la sensazione è che si sia rischiato ben più di quello che si poteva rischiare: ciò non costituisce accusa alcuna ad alcun governo od istituzione, ma la riprova che non è più possibile trattare il calcio per quello che era (uno sport) e che ora non è più, trasformatosi nella valvola di sfogo delle curve che sono evidentemente preda di masse violente più o meno estese composte di derelitti e frustrati che trovano nella caccia al poliziotto la massima autorealizzazione possibile, sconfitti come sono dalle loro stesse vite, inutili persino alla guerra che loro stessi fomentano di partita in partita: questi soldati della domenica non chiedono giustizia ma cercano una vendetta da videogioco, misconoscendo così il riconoscimento del valore di quello che chiamano un “loro caduto” per prenderlo invece a pretesto strumentale del triviale bisogno istintivo di un nemico che può pungolargli solo l’ombelico, ma non riesce nemmeno a solleticare loro la coscienza.


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Monday, August 27, 2007

La battaglia dei salamini

Perché la notizia non è da prima pagina? Rosy Bindi strappa gli applausi della platea rossa di Reggio Emilia in occasione del tour che porta avanti quale candidata alle primarie del PD. Forse che la lobby giornalaia e d’avanspettacolo che si porta dietro Veltroni a mo’ di claque ha voluto risparmiare al “cinematografaro” in corsa per la segreteria del nuovo partito una figura da Bollywood. L’attuale sindaco di Roma rischia d’avere il fiato corto prima ancora di cominciare: mentre la Rosy si bevevo i compagni rossi come fossero bicchieri di Lambrusco, a Walter gli andavano di traverso le delicatessen Slow Food del suo amico Petrini. Con ogni probabilità quegli applausi strappati a ragione in quel di Reggio Emilia non si tramuteranno in voti, ma è un bel colpo all’immagine di un Veltroni al quale si sta sciogliendo in fretta il cerone: non basta la filosofia del “volemose bene” per farsi voler bene (politicamente parlando) dalla gente, e men che meno aiutano gli oscuri Dioscuri che, all’ombra di quella Quercia che loro stessi hanno voluto bruciare, ora manovrano il Walter amico delle stelle, quello che dice di non essere mai stato comunista e si capisce quindi perché i compagni tanto giù non possono farselo andare. Probabilmente il buon Walter alla fine arrangerà la festicciola di fine campagna con uno stornello di Venditti (De Gregori si darà malato), porchetta di Ariccia, pane di Genzano e vino dei Castelli, tutto aggratis, e vincerà. Mancheranno i salamini: quelli se li è già pappati tutti Rosy a Reggio Emilia, e anche se Walter a questo giro è rimasto a bocca asciutta, potete ben credere che gli pesano parecchio sullo stomaco.

Per la notizia: TgCom

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Thursday, April 19, 2007

Fusioni e confusioni

Si apre oggi il congresso dei Ds a Firenze e domani quello della Margherita a Roma; entrambi gli appuntamenti decreteranno lo scioglimento dei rispettivi partiti per andare a confluire nel progetto del Pd.
Mai come oggi fu più vero l’antico adagio: “Chi lascia la vecchia per la nuova, sa quel che lascia ma non sa quel che trova”, e basta dare un’occhiata, anche sommaria, ai titoli dei giornali di oggi per evidenziare una realtà decisamente imbarazzante.

Se il Corsera apre con un “Ds-Dl, duello sulla nuova forza. La Quercia: o nel Pse o niente”, dalle pagine de il Riformista Fassino conferma: “Nel Pse o niente Pd”.
Su quella che dovrebbe essere la collocazione e la via maestra del nuovo partito le dichiarazioni si sprecano, a partire da Damiano che sull’Unità vede e prevede: “Faremo un partito laburista”, mentre il Sole24Ore splende sulle armature lucenti della corazzata teodem e fiera avanza “La riscossa degli ex PPI: verso il Pd a modo nostro”.
Giustamente, Paolo Franchi, perplesso, si chiede da il Riformista: “Cari compagni, fateci capire”.

Ad ogni modo, gli ex Dc, verso il Pd probabilmente ci vanno a bomba, torvi e minacciosi, se anche la placida Binetti dalle colonne di Libero lancia il monito-anatema: “Non pensino di far tacere noi cattolici”. Fioroni, più bonario e rilassato, tiene a precisare sul Messaggero che lui non ha da essere affittuario della grande casa del Pd, ma semmai proprietario: “I cattolici devono sentirsi a casa propria nel Pd. Se no salta tutto”; rimane da verificare che l’ultima affermazione rappresenti una minaccia solo figurata e nulla più.

Nicola Latorre, stufo delle polemiche, chiaro ed esplicito su Libero, taglia la testa al toro: “Chi non crede nel nuovo Pd può andarsene”. Con permesso accordato, Fabio Mussi non ci pensa su due volte e La Stampa scrive che il suo è un “Addio da visconte dimezzato”.

Nel caos che regna sovrano, forse nella speranza che una stella danzante nasca nella pancia di Veltroni, i cui timori sul futuro del Pd gli han fatto venire una gastrite, Cesare Salvi è costretto a notare su Il Giornale che lo spettacolo “È deprimente. Il Partito Democratico nasce senza identità”. Fortunatamente, il Riformista, attraverso la pragmatica, opportuna (o opportunistica?) penna di Umberto Ranieri, risponde secco: “L’identità cerchiamola nel futuro”.
Roba da chiromanzia e sfere di cristallo.

E mentre Menichini di Europa nota che “Non sono due congressi scontati” scrivendo lui qualcosa di scontato, Stefano Folli da Il Sole 24Ore afferma che “I veri problemi cominciano da lunedì”: ma allora, tutti questi titoli che roba sono?!
Buone notizie?!?

Tutti gli articoli citati sono liberamente consultabili presso la Rassegna Stampa
Ansa.it

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Friday, March 30, 2007

In alto mare

La nave non è ancora salpata che già parte della ciurma è in piena fase di ammutinamento: in vista del Congresso Ds, prima del varo del Pd, il correntone Mussi spiega le vele verso ben altri lidi e approdi che non sono certo gli stessi di Piero Fassino.

Un progetto, quello del Pd, che nelle sue intenzioni doveva andare ad instaurare un nuovo clima politico volto al dialogo – magari con una speculare formazione di segno opposto d’altra parte – e che invece ha raccolto solo tempesta, provocando una scissione annunciata da tempo, e che con ogni probabilità si consumerà a breve, andando a rafforzare un fronte a sinistra radicale e massimalista.

E nel Pd, se mai si farà, beffa delle beffe, rimane l’ammiraglio british Fassino, circondato da un’infima ciurma di corsari cattolici e poco più, costretto ad una rotta non meglio precisata e bloccato a babordo dal sovraffollamento che da quelle parti si sta venendo a creare, con un Presidente della Camera quale Fausto Bertinotti, che di notte culla il sogno di riunire tutti, lì a babordo, sotto le insegne di una invincibile Corazzata Potemkin.

E se a sinistra si sta in alto mare, nemmeno a destra la navigazione in mare aperto dà i suoi frutti. Dopo le secche della votazione in Senato sul rifinanziamento delle missioni italiane, un po’ tutti hanno perso la bussola: l’UDC e Casini beccheggiano, stretti tra un richiamo al centro della sirena Mastella e un occhio (lungo di cannocchiale) ad un futuro senza Berlusconi e con Fini magari (se solo la smettesse di fare l’attendente del Commodoro), lasciando la Lega a pescare pesci gatti e pigliare siluri nel Po.

Certo è che, per capire le carte nautiche in questo delicato frangente, si ha da essere filibustieri di lungo corso e noi, bipedi terrestri, non si è mica ancora capito qual è il tesoro della Penisola che stanno cercando…

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Tuesday, March 13, 2007

Perché non possono dirsi catto-comunisti

Malgrado gli immani sforzi di un Fassino sempre più grissino, la piazza degli ultimi giorni decreta, seppur indirettamente, il fatto che tra diessini e teodem, il matrimonio non s’ha da fare.
È sulla questione dei DICO che la maggioranza di governo rivela tutta la sua debolezza, dettata da insanabili differenze di matrice culturale e politica.
Tanto alla sinistra radicale e ai laicisti della Rosa nel Pugno, quanto ai cattolici della Margherita e ai Martelliani, non si può chiedere di snaturarsi rinnegando le proprie origini, la propria storia, le radici in cui affondano il loro status politico e il loro modo di fare politica ed intendere la società.
Venuto meno il collante della nefasta egemonia berlusconiana, con il leader dell’opposizione che siede placido sulle rive del fiume in attesa del cadavere del nemico galleggiante sulle acque delle nuove elezioni, la sinistra fa i conti con la drammatica realtà: non ci sono condizioni di principio condivise che permettano un’alleanza duratura né per governare il Paese, né tantomeno per porsi uniti come un nuovo soggetto politico; il Partito Democratico è una chimera la cui concretizzazione ha da vedersela con un fronte cattolico che, per quanto sensibile ai temi della solidarietà sociale, non potrà mai screditare, smentire né rivalersi contro la Dottrina Sociale della Chiesa, né contro la direzione che la Conferenza Episcopale Italiana ha imbastito e percorre su temi quali quello della sacralità della vita e della tutela della famiglia come tradizionalmente intesa. E, d’altra parte, il cosiddetto fronte laicista, composto in primis da radicali e socialisti, sinistra radicale e correntone DS, soffre di una certa miopia politica, ogni qualvolta grida al Vaticano Talebano.
Nessuno, in uno stato di diritto, può imbavagliare chi si rivolge ai propri fedeli in nome del credo che li accomuna; non è un’ingerenza negli affari di uno stato se il capo dei vescovi dice: “Per la Chiesa Cattolica le cose stanno così, regolatevi di conseguenza”. Il problema dei laicisti di maggioranza e governo è semmai avere a che fare, all’interno della propria coalizione, con chi è stato eletto anche perché cattolico, con chi ha una formazione cattolica e agisce in politica sulla base della propria esperienza umana, culturale e di fede, perseguendo quella direzione che trovano naturale, buona e giusta.

Le proteste di piazza svicolano, sono tese a nascondere il fatto che i problemi stanno a Palazzo, non a San Pietro. E, la Chiesa Cattolica, che nell’ultimo periodo si è concentrata, in buona parte della sua comunicazione, su temi sociali rilevanti anche per lo Stato italiano e per questo esecutivo che in parte, anche per motivi ideologici, ha deciso di metterci le mani, si offre inconsapevolmente come parafulmine, capro espiatorio delle difficoltà di una coalizione che non si regge da sola, perché chi la compone si appoggia non al medesimo sostegno, ma ciascuno su fondamenta diverse.
I Ministri scesi in piazza per i DICO assieme ai manifestanti, e il Ministro Clemente Mastella, aspramente contestato dalla piazza in tale occasione, saranno anche i due estremi delle umane genti che navigano le acque a sinistra, ma sono anche la caratterizzazione, i paradigmi di chi discute oggi di unirsi domani nel PD.

Si può forse essere cattolici e laici, ma non cattolici e laicisti; si può forse essere post-comunisti e conservatori ma non post-comunisti e cattolici. Non si può mettere insieme chi crede in una Verità che affonda nella Rivelazione, e chi crede nelle verità o nell’inesistenza della Verità.
Per farla breve: non si possono pesare e sommare le pere con le mele.
E per chi ci tentasse, il conto potrebbe risultare assai salato.

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Monday, March 05, 2007

L'oppio dei popoli

A dispetto dell’allarme droga lanciato nel nostro Paese dal Ministro degli Interni Giuliano Amato, avanza audace la proposta di Rifondazione Comunista, Verdi e Rosa nel Pugno: in vista del nuovo delicato voto sul rifinanziamento della missione italiana in Afghanistan, queste tre formazioni politiche di maggioranza propongono di inserire nel provvedimento messo ai voti, la possibilità di “avviare una sperimentazione per l'acquisizione dell'oppio afghano ai fini terapeutici.”.
Cui prodest? Ci si domanda. E cioè: chi si intasca i soldi dell’acquisizione dell’oppio afghano?
Michel Chossudovsky di Global Research, in una sua inchiesta sul traffico di oppio afghano, scrive che dei 2,7 miliardi di dollari provenienti dal narcotraffico afghano, più del 95% “va a finire ai gruppi d'affari, al crimine organizzato e alle istituzioni bancarie e finanziarie. Una percentuale molto piccola finisce ai coltivatori e ai commercianti del paese produttore..
E qui, la proposta di RC, Verdi e RnP si fa paradossale e rivela tutta la sua insensatezza: non solo i proventi del narcotraffico vanno a finanziare i signori della guerra che la Nato fronteggia in Afghanistan ma, secondo Chossudovsky, sempre quei 2,7 miliardi di dollari, grazie al riciclaggio del denaro, si trasformano in una cifra esorbitante che fa gola – ecco il paradosso – a tutte quelle strutture e quegli apparati che partiti dalle radici marxiste e comuniste quali RC contestano di principio; Chossudovsky denuncia come “servizi segreti, potentati d'affari, commercianti di droga e crimine organizzato competono per il controllo strategico sulle vie dell'eroina. Una larga fetta di questi proventi multimiliardari dovuti al traffico di narcotici sono depositati nel sistema bancario occidentale. La maggior parte delle principali banche internazionali insieme alle proprie affiliate nei paradisi fiscali riciclano grandi quantità di narcodollari.”.

Insomma, la ratio sottesa a siffatta proposta rimane mistero imperscrutabile e non rimane che chiedersi: ma chi pensa certe cose, ci è o si fa?


Per la notizia: Corsera

Per l’inchiesta di Michel Chossudovsky tradotta in italiano: comeDonChisciotte

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Friday, March 02, 2007

Il riposo dei Prodi

Alla fine, magari sarà pastetta all’italiana: vuoi perché i figli della Balena Bianca sono stati presi da malsane voglie e antiche nostalgie, vuoi perché, seppure il circo della politica italiana abbonda di clown, gli equilibristi di certo non mancano.
Ma, se così non fosse, gira già voce che dopo la fiducia alla Camera, il tavolo del Consiglio dei Ministri si farà Tavola Rotonda: tutti i prodi di Prodi conteranno uguale, cioè meno di zero.
È tanto inutile quanto assurdo negare che il peso politico del governo italiano, da oggi, sta laggiù, da qualche parte, ventimila leghe sotto i mari, costretto all’immobilismo assoluto per non cadere.
Porti i Dico in Parlamento? Ti ritrovi i cattolici in piazza San Pietro.
Discuti della base di Vicenza e di politica estera? I companeros ti bruciano il sedere coi Cohiba.
Riforma delle pensioni? I sindacati ti aspettano sotto casa.
Testamento biologico? Il Governo fa prima a farselo per sé.
Insomma, uno Stato costretto alla paralisi per i prossimi mesi, con un Governo di fatto impossibilitato a confrontarsi con il Parlamento che forse non si scioglierà – a pensar male si fa peccato ma ci si azzecca sempre – prima dei celeberrimi 2 anni 6 mesi e 1 giorno, giusto il tempo necessario ai parlamentari per mettersi da parte la pensione.
Lo scivolone di Prodi e dei suoi ha ringalluzzito il Cavaliere Nero, quel Silvio Berlusconi che sembra intenzionato a dar battaglia su tutti i fronti, compresa la riforma di quella legge elettorale che tutti definiscono, con pregevole eufemismo, la porcata. Il Cavaliere sa bene che, porcata o non porcata, a questo giro non è possibile perdere, e alle elezioni si ha da andarci prima che il fascino da sirena obesa di Clemente Mastella possa chiamare a raccolta il figliol prodigo PierFerdi, né tantomeno fulminare il piacione Rutelli sulla via del Terzo Polo.
Mentre al centrodestra tentano di darsi così un assetto variabile secondo le esigenze, al centrosinistra hanno da preoccuparsi di una sola cosa: sanno bene che come ci si muove, si rischia di farla fuori dal vaso. La Ragion Suprema che li tiene tutti uniti è sempre lui, il malefico Silvio Berlusconi: meglio questa situazione d’emergenza, questo equilibrio instabile, ci dicono, piuttosto che il ritorno del Cavaliere, spacciato come la Grande Purga per il popolo italiano.
In verità, il Cavaliere non rappresenta tanto la Grande Purga, quanto il Purgatorio perpetuo del centrosinistra, se il capo dell’opposizione dovesse tornare al governo del Paese.
Il nuovo ordine quindi è: attenti a non farla fuori dal vaso, compagni!
Piuttosto che Berlusconi in versione dolce Euchessina, vi conviene sforzarvi e spingere…

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Friday, February 09, 2007

Tra moglie e marito non mettere il DICO

Chissà perché è costume dei politici nostrani alle prese con provvedimenti seri, denominarli con diciture tali da sbizzarrire la fantasia di guitti e comici vari.

E nonostante ciò il ddl Bindi-Pollastrini rappresenta una buona base di discussione, seppure migliorabile.

Importante è che, presso l’Anagrafe, gli interessanti si registreranno tramite una dichiarazione contestuale e non congiunta: ciò rappresenta una giusta differenza di principio tra chi si avvarrà del DICO e chi invece regolerà la propria convivenza attraverso il matrimonio civile.

La bozza del ddl sembra concentrarsi su quei diritti individuali la cui tutela, da più parti, era stata richiesta, e in fondo, poco importa se alcuni articoli del ddl paiono risultare un doppione di norme già in vigore: in primo luogo perché, tanto, l’Italia è già un Paese subissato da norme e leggi, superflue, inutili o doppie che siano, quindi, una più una meno, tale impostazione alla giurisprudenza italiana viene da lontano, e non spetta certo al ddl in questione mettere riparo al fiorire abbondante di norme e regole di cui è vittima il Paese; in secondo luogo, visto che siamo un Paese dove vige un numero sproporzionato di leggi che di fatto vengono spesso ignorate, mal interpretate, o derogate grazie ad altre leggi, diciamo pure che se il DICO va a tutelare diritti individuali già tutelati da altre leggi, in ogni caso, in Italia…repetita iuvant.

Però. C’è un però. Anzi, più di uno.

Ci sono provvedimenti all’interno del DICO che evadono dalla semplice e giusta tutela del diritto individuale. Per quanto non si tratti esplicitamente di un riconoscimento della pensione di reversibilità al convivente che sopravvive, di fatto il ddl sembra aprire a tale possibilità, previa riforma previdenziale. Ciò non rientra nella sfera dei cosiddetti diritti individuali e di fatto, surrettiziamente, introduce un’equiparazione (o quantomeno, l’intenzione di un’equiparazione) fra chi sottoscrive un DICO e chi contrae matrimonio; e allo stesso modo il diritto al mantenimento dopo lo scioglimento del DICO. La regolazione dei cosiddetti alimenti costringe gli stipulatori del DICO a contrarre obblighi che derivano piuttosto dalla natura del matrimonio civile.

Stando alle indicazioni del ddl possono in tal contesto verificarsi episodi profondamente ingiusti: vero è che si è tenuti a prestare gli alimenti solo per un periodo determinato in proporzione alla durata della convivenza e solo se la convivenza è perdurata almeno tre anni (esempio: convivenza di 5 anni, scioglimento, obbligo conseguente di versare gli alimenti all’ex convivente in stato di bisogno per almeno 5 anni), ma è anche vero che l’obbligo di versare gli alimenti cessa qualora l’avente diritto contragga matrimonio o inizi una nuova convivenza. Allora, supponendo che io conviva per 20 anni, cesso il mio status di convivente, mi faccio versare gli alimenti, intreccio una nuova relazione affettiva e sentimentale ma non la regolarizzo né col matrimonio né col DICO: e mi godo gli alimenti e il mio nuovo convivente alla faccia di quello vecchio. E alla faccia di quel DICO che tanto ho richiesto e di cui tanto avevo bisogno.

Al di là di questi casi estremi (ma non per questo indegni di nota), c’è poi la questione dell’accesso alle graduatorie per le case popolari: anche i contraenti DICO ne avranno accesso sì, giusto, ma quale punteggio verrà loro attribuito? Lo stesso che viene attribuito a chi contrae matrimonio? Anche questa norma potrebbe surrettiziamente introdurre un’equiparazione di fatto tra chi contrae matrimonio e chi stipula un DICO, evadendo così dall’intento dichiarato di normare e tutelare esclusivamente i diritti individuali delle persona coinvolte in convivenze di varia natura.

Il ddl nel complesso sembra avere il merito di essersi realmente concentrato sul rispetto e sulla tutela dei diritti individuali, anche perché tiene conto espressamente non solo delle cosiddette coppie di fatto (eterosessuali od omosessuali che siano), ma anche di tutta una serie di convivenze nuove e non tradizionali che le nostre società vedono irrompere in uno scenario sociale sempre più complesso, dinamico, frenetico e non convenzionale.

Starà all’iter parlamentare conciliare i principi con la pratica onde evitare che quest’ultima vada a ledere i primi; compito arduo e ardua sarà la sentenza: e visti i tanti nì in circolazione da una parte e dall’altra, l’ardua sentenza sembra più affidata ai posteri che non ai contemporanei.

E in ultimo: ma se DICO sta per Diritti e Doveri dei Conviventi, perché il DO di DIDOCO si è perso per strada? forse non siamo gli unici ad aver dei dubbi sulla natura dei doveri e sui problemi che comporta al DI(DO)CO metterli sul tappeto.

Il testo (da poco on-line) del ddl su Corsera

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Thursday, February 01, 2007

Doppia (Tripla, Quadrupla,...) Coppia

Il tema del riconoscimento delle coppie di fatto può essere il più facile o il più complesso da affrontare, secondo la serietà con la quale ci si cimenta. Un riconoscimento tout court che equipara la natura delle relazioni di fatto al legame matrimoniale è la via più semplice e banale, ed anche la meno battuta in seno alla nostra classe politica, non tanto per lo spauracchio dell’anatema (politico) papale, quanto per le evidenti contraddizioni che reca in sé, sin dall’impossibile incontro tra una coppia omosessuale e l’etimologia della stessa parola matrimonio; un’etimologia che denota il legame per quello che è, e che non può essere, in quanto tale, snaturato.



Vi sono diritti individuali che vanno riconosciuti, poiché non hanno da esistere, all’interno della società civile, cittadini di serie B; ma se il tema è questo, come è giusto che lo sia, sulla questione si ha da distinguere fra coppie di fatto eterosessuali e coppie di fatto omosessuali, poiché solo queste ultime sono soggette a discriminazioni non godendo ancora di chiare norme giuridiche che tutelino i loro diritti individuali. Una legge sui Pacs che mette i due tipi di relazione sullo stesso piano, potrebbe (condizionale d’obbligo finché il ddl non sarà presentato) fornire alla coppia di fatto eterosessuale una scappatoia dalle proprie responsabilità: esiste già il riconoscimento giuridico di una coppia eterosessuale convivente, ed è il matrimonio civile, che regola diritti e doveri di quella famiglia che è base connettiva e di sviluppo del tessuto sociale, non solo secondo Costituzione, ma anche culturalmente e antropologicamente.



I Pacs non possono essere, per le coppie di fatto eterosessuali, un doppione del matrimonio civile che ne preveda gli stessi diritti, ma non eguali doveri.



Il discorso si fa diverso per le coppie di fatto omosessuali che, in quanto tali, non rientrano nella categoria della cosiddetta famiglia naturale, e quindi, se pure – ovviamente – vanno a queste riconosciuti i medesimi diritti individuali di cui ogni cittadino gode, nondimeno non gli si può chiedere di assumersi le stesse responsabilità e gli stessi doveri che uno Stato – legittimamente – chiede di assumersi ad una coppia eterosessuale (che altrettanto legittimamente può opporsi alla richiesta, ma che, in qual caso, non può reclamare quei diritti riconosciuti a chi invece le proprie responsabilità se le è assunte contraendo matrimonio). Non si tratta di discriminazione ma di condizioni, di fatto, differenti, che prevedono diritti – ed eventualmente doveri – differenti.



È anche da contemplare – e si va così a complicare ulteriormente il problema, ma è doveroso farlo - un fenomeno tutto moderno che si è creato in conseguenza di nuovi modelli e stili di vita; è necessario prendere atto che ci si può, in talune occasioni, trovare di fronte a relazioni, per così dire, anomale, che esulano da quelle tradizionali, così come da quelle di tipo omosessuale: è il caso della convivenza tra amici, tra persone anziane, per reciproco interesse e via dicendo; sono tutte circostanze che non prevedono – né pretendono che lo sia – il riconoscimento di un legame affettivo di tipo sentimentale così come siamo abituati a definirlo.



Che fare di fronte a ciò? Può bastare una normativa ad hoc su forme contrattualistiche private che regolino la mutua solidarietà e ciò che eventualmente ne deriva?



Si tratta di circostanze complesse che, ad onor del vero, il Parlamento intero sta affrontando seriamente, mettendo in campo motivate convinzioni e soluzioni diverse, facendo prove di dialogo.Sperando che le logiche partitiche e barricadere non prendano il sopravvento sulla questione culturale e sociale che si è innescata, e che è così tanto rara vederla messa sul tappeto nei corridoi del potere.

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Tuesday, January 23, 2007

Spy story

Di nuovo c’è solo che si comincia a parlarne, pur se con cautela.

Forse i media inglesi hanno nasato i particolari da Bond-story e ne parlano, e il vento britannico, seppur debole, soffia anche dalle nostre parti, e per ovvie ragioni.

Itv, emittente inglese, ha trasmesso ieri un’intervista ad Aleksandr Litvinenko (rimasto vittima di un attentato alla sua persona il 22 novembre scorso) nel corso della quale l’ex agente del Kgb parla del premier Romano Prodi come di un “uomo” dei disciolti (?!) servizi segreti russi.
La notizia, ripresa dalla BBC e solo in parte da qualche media italiano, non è affatto nuova: già ai tempi del caso Litvinenko, qualche mese fa, ai fanatici delle spy-stories non può essere sfuggito questo video:




Il video è autentico e risale al 3 Aprile 2006, ed è possibile verificarne l’originalità qui e, integralmente, qui.
Strano che finora sia stato abbastanza ignorato dai media nostrani, spesso dediti al finto scoop, quanto è strano che nemmeno parzialmente se ne è fatto uso nella scorsa campagna elettorale, per quanto avrebbe potuto generare il famigerato effetto boomerang.

Solo illazioni e nessuna prova a carico del premier italiano, stando a quanto riportano con sicurezza i media: quel che è certo è che un giallo così intricato affascina non poco l’opinione pubblica, e se qualcuno decidesse di ingigantire l’onda mediatica onde sfruttarla, certo il Presidente del Consiglio italiano e il suo staff avrebbero non pochi grattacapi nello smontare un caso che appare assai inverosimile, e che però è arrivato fin dentro il Parlamento Europeo, e la cui latitanza a livello mediatico non può che favorire le tesi dei cultori del sospetto. Ecco spiegato il no comment che arriva dall’entourage di Prodi nonostante le insistenze dei media inglesi.

Bastano un video e il coinvolgimento di personaggi legati agli ambienti dei servizi segreti per fare di Romano Prodi un uomo del KGB?

Per saperne di più: Rivoluzione Italiana e Orpheus


Aggiornamento del 25/01/2007: la soap opera continua. Oggi la Repubblica (edizione cartacea) riporta alcune dichiarazioni che smentiscono la veridicità del video di Scaramella e Litvinenko trasmesso dai media inglesi. Sarebbe stato costruito ad arte per diffamare il Presidente del Consiglio.
La vicenda avrà sicuramente altri sviluppi: certo è che tutto ha avuto inizio dal caso Mitrokhin che ha scatenato un intreccio tra media e politica, inglese e italiana, che vede ancora tanti lati oscuri.

Questi brandelli di notizie e dichiarazioni difficilmente verificabili non servono certo la verità (e che spy story sarebbe?!): cui prodest allora?

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Monday, December 04, 2006

Divorzio all'italiana

Che i toni di Silvio Berlusconi lo scorso sabato a Roma avessero qualche cosa di evangelico era palese, ma l’attenzione data a seguito della manifestazione capitolina nei confronti del PierFerdi ha scomodato perfino figliol prodighi e vitelli grassi. La folla oceanica radunata a San Giovanni per ascoltare il discorso della montagna, attendeva solo il miracolo, predetto dal profeta mistico Gianfranco col suo: “…il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi…”; in quel di Palermo, un’esigua quantità di uomini UDC trepidava per la moltiplicazione dei pani e dei pesci e tollerava misericordiosamente le piaghe di Cuffaro.

Ma ndo’ va Casini? È facile che in queste ore, pure a Forza Italia se lo stiano chiedendo: viste le ultime dichiarazioni (leggi Corsera), il divorzio pare consumato. Delle risposte ci sono, ma sono scontate, e proprio per la loro banalità intrinseca sono le soluzioni più papabili: esclusa l’ipotesi di Grande Coalizione, qui qualcuno prepara il ritorno della Balena Bianca; i tempi sono favorevoli, il mare grosso si è quietato da un po’, e di capitani Achab in giro se ne vedono pochini, e quei pochi sono senz’altro più storpi e debolucci del personaggio di Melville. E non suona per nulla strano che quella sirena obesa del Ministro CLEMENZA Mastella mandi a Casini messaggini sotto il banco per dirgli: “Conviviamo dai! Proviamoci!”. Alla faccia del Pacs! Qui è la Pax tra ex DC quella che si prepara. E CLEMENZA, il suo richiamo della foresta, già lo ha lanciato.
Se questi sono i piani, tanto valeva per PierFurbi seguire subito l’amico Marco “Harry Potter” Follini, che con un colpo di bacchetta ha spazzato via ogni suo legame col Berlusca e si è andato a piazzare in quell’Italia di Mezzo che fino a pochi giorni fa era fantasilandia da Tolkien, mentre oggi assomiglia sempre più al vero. Ma questo confermerebbe le doti del PierFurbi, che avrebbe così mandato l’amico Harry in avanscoperta per bruciargli la copertura.
Certo, se questi non fossero i piani, si può sempre pensare ad una UDC che pretende maggior peso in una coalizione che però gli stessi ex DC hanno definito alla frutta e senza senso: non possono ambire ad una posizione egemone, né dettare la linea politica, quindi cosa potrebbero concretamente pretendere dall’alleato Berlusconi? Forse una diretta successione delle redini di Forza Italia quando il suo capo carismatico abdicherà; si farebbe largo l’ipotesi dunque che si voglia far fuori il Vate in Laterano, Gianfranco Fini, che passerebbe così alla storia come il più grande perdente di successo che la politica italiana abbia mai visto. Della Lega sembra sempre non preoccuparsi nessuno, ma quel Maroni lì ultimamente comunica bene tanto quanto un più che consumato attore del palcoscenico politico romano: populista e preparato, senza fesserie padane di corredo, finalmente.
Insomma, non una spy story forse, ma le dinamiche all’interno del centrodestra non hanno nulla da invidiare ad intricati gialli che oggi sui quotidiani vanno per la maggiore. Certo è che non si profila unità di intenti all’orizzonte: nessun partito unico, nessuna federazione di partiti al momento, perché finché il centrosinistra non si muove (e non ha nessuna motivata intenzione di farlo, al di là delle dichiarazioni di facciata), neppure il centrodestra ha il bisogno di farlo. E qui sta il succo: è concepibile in Italia un vero sistema bipolare? Cui prodest? Forse, solo al cittadino, purtroppo.

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Saturday, November 11, 2006

Il Paese è impazzito, il Governo dà i numeri…

…il lotto è alle otto mentre il piatto piange. E magari il croupier di Palazzo Chigi avesse l’autorità per dire “les jeux sont faits, rien ne va plus” al Suo Esecutivo e ai Suoi riottosi alleati di Governo. Forse gli manca il carisma, chissà, fatto sta che rode e se la prende col Bel Paese: tutti matti in Italia secondo il nostro Premier, prima il Parlamento che gli chiedeva di riferire sul caso Telecom, adesso gli elettori stessi; chissà se c’è distinzione di gradi nella follia fra chi l’ha votato e chi no.
Italiani psicolabili dunque, perché si lamentano di una Finanziaria che considerano ingiusta, rei di non guardare al futuro: e mica tutti noi abbiamo la palla di cristallo o facciamo le sedute spiritiche, al massimo, siamo tante piccole Cassandre.
Il popolo un po’ di matto in effetti è uscito, a forza di far di conto per capire se dove quando perché dovrà pagare o non pagare di più tasse e gabelle che un giorno ci sono e un giorno non ci sono più, per ricomparire (magari anche ben accompagnate da qualche altro balzello nuovo di zecca) il giorno appresso, manco fosse il mago Copperfield l’ideatore di ‘sta Finanziaria!
E mentre noi volgo disperso si ha da ripescare il senno lassù sulla Luna, appeso ad asciugare come fosse un paio di mutande qualsiasi, seppur in compagnia del sacro vessillo degli yankee, quaggiù il Premier ha da fare il medico dei pazzi: i Suoi, un po’ siedono sugli scranni, un po’ manifestano in piazza contro se stessi; casi patologici di schizofrenia conclamata.
Chissà di quel senno andato perduto, se mai lo recupereremo: perché sembra proprio che non basti un comunista furioso qualsiasi, e nemmeno un’angelica Montalcini qualunque, se il medico dei pazzi dice che non ci sono elezioni imminenti, ed è vero.
Per ora noi italiani ce ne stiamo qui, buoni buoni, a contare i giorni mentre ci manca qualche venerdì: ma non ditelo ai turisti stranieri, sennò poi vogliono lo sconto sulla tassa settimanale di soggiorno.


Dichiarazioni di Romano Prodi tratte da Ansa.it

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Saturday, November 04, 2006

Voti all'asta

"Approvato un emendamento: 14 milioni di euro per gli italiani all'estero in cambio del voto a Palazzo Madama del sen. Pallaro" (tratto da Corsera).
Per non correre ulteriori pericoli al Senato, il Ministro Padoa Schioppa prevede un ritocchino al rialzo della manovra...

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Friday, November 03, 2006

La sinistra e la Mercedes

Sarà anche che lei non è disposta a rinunciare (così dice) alla TAV.
Battagliera sull’Expo lo è stata, ma alla fine, i suoi amici in quel di Roma, le hanno preferito Milano.
Non ha intenzione di cedere il traffico aereo a Roma solo per salvare un’azienda (l’Alitalia) che è destinata al fallimento.
La Governatrice del Piemonte ha fatto sentire il ruggito del motore, ma più che ad una Mercedes assomiglia ad una FIAT che peraltro, tossicchia.
E se le manovre in Finanziaria sul bollo auto sono aiuti indiretti alla casa automobilistica di casa (aiuti dei quali peraltro, stando ai dati, ora non ha bisogno), cosa poteva fare Mercedes Bresso, che gli stabilimenti ce l’ha sotto casa?
Ammesso (e sicuramente non concesso) che la Finanziaria non cambierà più da qui alla sua approvazione, a tutt’oggi: “Il testo dell'emendamento chiarisce inoltre una volta per tutte che a non avere alcun aggravio rispetto al 2006 saranno solamente i proprietari di veicoli Euro 4 ed Euro 5 (quelli considerati meno inquinanti), purché siano di potenza inferiore ai 100 Kw. Al di sopra di questa soglia anche i veicoli con motori di nuova generazione saranno chiamati a pagare un bollo più elevato rispetto a quanto fino ad oggi previsto.” (leggi tutto sul Corsera).

Sì, la Finanziaria cambierà ancora, ancora, ancora e chissà quante volte ancora.
Ma il bello è questo.

Dunque, tutti, e soprattutto chi finora non si è potuto permettere di cambiare l’automobile, pagheranno di più. E a pagare ancor di più sarà chi ha l’auto più vecchia, modelli griffati Euro 0 e Euro 1. Se chi appartiene a queste categorie nel resto d’Italia piange, si trasferisca in Piemonte dove c’è da ridere. Infatti, un comunicato stampa della regione Piemonte datato 23 ottobre 2006 rende nota una delibera regionale per la quale: “Dal 15 gennaio 2007 nei 35 Comuni piemontesi più inquinati dalle micropolveri, quelli dell’agglomerato di Torino e quelli al di sopra dei 20mila abitanti nel resto del Piemonte, le autovetture Euro 0 ed Euro 1 diesel ed Euro 0 benzina si fermeranno definitivamente dal lunedì al venerdì, almeno 5 ore al giorno per il traffico privato, almeno 3 ore al giorno per il traffico d’impresa.” (leggi l’intero comunicato stampa).
Il provvedimento riguarda le province di Torino, Vercelli, Novara, Cuneo, Asti, Alessandria, Biella e Verbania.

Un capolavoro.

Non puoi comprarti l’auto nuova? Siccome sei povero inquini l’ambiente più dei ricchi che l’auto la possono cambiare ogni anno, quindi paghi di più, l’ecologia ha un costo, sorry!

Non puoi comprarti l’auto nuova? Anche se paghi di più perché inquini, comunque inquini, quindi vai a piedi, perché se anche l’ecologia ha un costo (che paghi tu), la tua auto inquina lo stesso, chiaro no? Sorry!

La sindrome di Tafazzi ha raggiunto la sua fase acuta: questo è un caso per il dottor House; ma forse, perfin lui cederebbe di fronte a chi vuol farsi del male ad ogni costo.

Governatrice Mercedes Bresso, dia retta, cambi nome: si sa che lei porta il nome di una Madonna, ma là a Roma qualcuno potrebbe approfittare dell’ambiguità per tassare i suoi natali.

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Tuesday, October 03, 2006

La serietà al Governo


Era uno degli slogan della campagna elettorale dell’Unione. Finché non arrivarono il caso Telecom prima e la Finanziaria dopo. E fu smentito.
Certo, la Finanziaria è sempre l’occasione buona per mettere il Governo alla berlina, deriderlo, inveirgli contro: non conta quale colore governi, contano i conti, a riprova, tra l’altro, del fatto che la matematica è sempre un’opinione quando è di Stato.
Ma il caso Telecom, quella è tutta prerogativa di Prodi e compagnia bella; riferire al Parlamento sarebbe stato roba da matti, e il giorno dei matti c’è stato: matti al Governo almeno per un giorno, allora, altro che serietà.
La Finanziaria è invece l’ennesima presa in giro degli italiani. Ci sono conti da sistemare? Benissimo, ma siamo onesti. Non è vero che saranno tassati solo coloro i quali percepiscono un reddito annuo superiore o pari a 75000 euro: l’aumento delle tasse è previsto già per quegli autonomi che percepiscono un reddito lordo annuo di 32000 euro. In queste condizioni, parlare di tutela del ceto medio è inconcepibile, un’ipocrisia bella e buona edulcorata dalla menzogna.
E non finisce qui, perché c’è di peggio. Peggio anche della tassazione delle rendite finanziarie della quale finora i giornali non si sono occupati nello specifico, ma che sicuramente è destinata a fare rumore in Parlamento se concepita come la concepiva il segretario dei Ds Piero Fassino a poche settimane dalle elezioni, cioè con un’aliquota unica per tutti, senza distinzione tra belli e brutti (leggi piccoli risparmiatori e grossi speculatori).
Il peggio sono le dichiarazioni del Ministro dell’Economia Tommaso Padoa Schioppa, ieri sera al TG5. Al di là dell’aver ammesso la migliorabilità del provvedimento (ammissione che potrebbe denotare giusta e moderata umiltà, ma, a pensar male, anche scarso impegno), il Ministro si pronuncia sui tagli agli Enti locali grossomodo così: sì, è vero, abbiamo operato dei tagli, ma nulla vieta i Comuni di gestire le proprie risorse finanziarie nel modo che ritengano più opportuno per garantire un buon funzionamento della macchina comunale e dei servizi ad essa connessi.
Traduzione: si inventino qualcosa per tirare a campare se hanno difficoltà perché qui, anche se bussano, non sarà loro aperto. Lecito. Però se si è onesti, bisogna anche far capire all’opinione pubblica cosa accade quando un comune tende a voler o dover risparmiare sui servizi. Ebbene fa quello che oggi viene chiamato, con cacofonico termine, l’esternalizzazione dei servizi: cioè cede a gestione privata tutto ciò che dai privati può essere gestito; di conseguenza accade anche che personale comunale, affinché non pesi più a bilancio, venga dirottato su queste società private a svolgere le stesse mansioni di prima, ma di certo non alle stesse condizioni e tutele contrattuali che può fornire un pubblico impiego. Alla faccia della tutela del ceto medio. E pensare che quando l’ex Ministro dell’Economia Giulio Tremonti si permise di criticare inutili e dispendiose feste e sagre cittadine, quasi lo mettevano al rogo per difendere la festa del Pipistrello; andato via il Tremonti moralizzatore, il sindaco di Roma Valter Veltroni aggiungeva alla sua Notte Bianca (e sono due all’anno) una Pre-Notte Bianca: a quando una Settimana intera Signor Sindaco? Con straordinari di impiegati comunali, bollette della luce e quant’altro a carico dei Suoi amministrati? Non pretendiamo di vivere nel Paese dei Balocchi né qualcuno che con la bacchetta magica ci risolva d’incanto ogni problema, ma almeno, non ci si dica che il fuoco è bagnato: ci tassino pure, ma almeno, non insultino la nostra intelligenza.

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Monday, September 11, 2006

Centrodestra: i soliti Casini

Per un Marco Follini che forse se ne va, rimangono i soliti Casini. Eppure, per quanto inopportuno e intempestivo, PierFerdinando Casini ha ragione: non si può morire berlusconiani.
Non si può morire berlusconiani perché “non si può morire dentro”.
Non è certo questo il momento di parlare di leadership, ma è bene mettere in chiaro le cose: se questo Governo porterà a termine il suo mandato, tra 5 anni Silvio Berlusconi non ha possibilità di vincere le elezioni; possibilità che invece ci sta tutta se Prodi&CO. dovessero durare quei 2 anni 6 mesi e 1 giorno da tanti maliziosamente indicati.
Ma, aldilà del mero calcolo per il potere la questione è un’altra: è necessaria una riorganizzazione all’interno del centrodestra, nelle file di Forza Italia, affinché si facciano avanti i delfini, i successori, i papabili; Forza Italia è il primo partito della coalizione di centrodestra, imporre leader da altri fronti è un colpo di spugna assurdo, però fuori i nomi degli azzurri! Silvio Berlusconi deve dare indicazioni precise al suo partito, deve tracciare la rotta anche per quando lui non ci sarà, se ritiene di essere un vero leader deve anche saper farsi da parte quando sarà tempo, ma deve cominciare ora a fare i preparativi per la partenza: “gli uomini passano, le idee restano”; se Forza Italia è un vero partito e non una macchina da propaganda elettorale, allora le idee ci sono e sono messe lì dalla base del partito, che si confronta, dialoga, discute ed elabora. E per quanto ci sia un lider maximo, questi prima o poi, sua sponte, lascia il campo.
Silvio Berlusconi ha avuto il merito storico di sdoganare la destra in Italia, ha aperto gli spazi affinché una forza politica vitale e fresca di destra si insediasse nella società italiana; non sempre, o almeno non pienamente le forze di destra hanno saputo sfruttare l’occasione offerta dal Cavaliere, anche perché la sua stessa presenza si è rivelata alla lunga un boomerang: la personalità dirompente, mediatica, carismatica, accentratrice e ammaliatrice, ha oscurato il resto. Il liberatore ha strozzato poi il canto del cigno nero con la sua stessa voce, nonostante la raucedine e l’accompagnamento musicale di Apicella.
Ma questo è il momento della verità, affinché Silvio Berlusconi dia un segnale e una direzione ai suoi, affinché si faccia da parte e legittimi così l’esistenza di Forza Italia e delle forze che sostengono la Casa delle Libertà; pena sarebbe l’implosione su se stesso di tutto il centrodestra per i prossimi anni.
Questo è il momento: per chi e per cosa Silvio Berlusconi è sceso in campo?

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Wednesday, September 06, 2006

Pizzini e vergini

Scandalo a Montecitorio: ritrovati biglietti riportanti i nomi dei papabili per le ambite poltrone RAI.
L’impressione che il Parlamento fosse un’accozzaglia di indisciplinati scolaretti l’avevamo già; i bigliettini, fossero stati d’amore e sesso, almeno avremmo avuto qualcosa di cui sparlare: ma non c’è amore né sesso fra i tristi banchi dei deputati! Sono tutti delle vergini pronti a stracciarsi le vesti di fronte a questo inaudito scandalo della lottizzazione RAI. Che orrendo mercimonio! Tutti che mettono su un’espressione un po’ schifata, come fosse la prima volta. E gridano di più quelli che con le mani nel sacco non ci possono stare, perché sanno che la marmellata dove ficcare le mani è buona.
E al centro di questo caos fatto di condanne morali e indignazioni virginali chi, se non lui? Il narcisistico –e anche un po’ pedante- leader radicale Daniele Capezzone che, profondamente indignato, ma pudico e innocente confessa: sì, a Montecitorio girano biglietti e i nomi si sanno.
Ammissioni che sottintendono: questa roba è una porcheria.
Peccato che Capezzone non abbia il piglio del cavaliere senza macchia e senza paura, né sia credibile come front-man dell’onestà e della trasparenza senza se e senza ma; avrà anche il volto imberbe da vergine monachello, ma quegli occhi lì sono troppo malandrini: nel momento stesso in cui rivela tutti i suoi timori che i nomi (tutti di gran prestigio e grandissima professionalità) che circolano su quei foglietti possano circolare proprio per essere bruciati, ecco che de facto li ha bruciati.
La contesa per il cavallo di viale Mazzini sarà aspra e senza esclusioni di colpi bassi, a rimetterci probabilmente saranno anche grossi nomi del giornalismo che saranno messi in mezzo ad una battaglia che è squisitamente politica.Tutto sarà lecito, in fondo a noi che ce ne viene in tasca? Però, che non ci si prenda in giro lasciandoci nella favola di un’aurea morale e superpartes che circonda i nostri politici: tutti noi sappiamo bene che il direttore del TG1 non lo si sceglie attraverso le Pagine Gialle.

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Monday, September 04, 2006

Il mare d'inverno

“Turisti Protagonisti” è un servizio on-line a cura della Presidenza del Consiglio dei Ministri che permette agli italiani di raccontare le proprie vacanze all’estero; ciò al fine di migliorare opportunità e servizi del nostro sistema turistico.
Geniale.

Nel momento stesso in cui il Ministro competente, nonché vice-premier, Francesco Rutelli proclama la superiorità delle bellezze del Bel Paese, si lancia l’iniziativa: “Copiamo dagli altri che è meglio”.
Non pago del suo genio italiota, sempre Rutelli pochi giorni fa lancia l’idea: rivoluzioniamo le vacanze degli italiani; così, a dispetto di una consolidata tradizione (e del buonsenso), secondo il vice-premier dovremmo andare al mare d’inverno, per non rovinarci le ferie d’agosto tra file ai caselli e spiagge affollate.
Al di là della difficile applicazione pratica della proposta (adeguare il sistema del lavoro affinché si ridistribuiscano i carichi di lavoro nell’arco dell’anno può anche essere vantaggioso dal punto di vista produttivo, ma adeguare il sistema scolastico è fattibile? Visto anche che per l’attuale governo il principio di autonomia scolastica, lungi dall’essere una priorità, è poco più che un miraggio), qui sono le idee di Rutelli che configgono tra loro per il metodo e la logica con i quali sono maturate.
Il vice-premier vuole cambiare la forma mentis di noi italiani pecoroni e poi che fa? Fa l’italico furbetto, copia gli stranieri e poi dice che noi siamo “er meglio”. E intanto, se a noi piace al mare ma ci toccano le ferie a gennaio, ci spetta la montagna.
Beato chi, come lui si presume, non fa differenza tra l’uno e l’altra.
Dev’essere questione di flessibilità.

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