Versus vs versus

Thursday, April 26, 2007

Emergenza coerenza

Sul ponte sventola bandiera bianca. No, non è un bianco di pace, ma il bianco della resa di fronte agli sbandierati ideali di pace, giustizia e solidarietà umana che l’ONG Emergency di Gino Strada da sempre ci sventola sotto il naso, a ricordarci di quanto siamo tristi e meschini noi, seduti in panciolle davanti alla Tv mentre là fuori c’è la guerra, quella vera. E nella rete strategica da conflitto stavolta ci è finito anche il patron di Emergency che, in attesa di chiarimenti sul caso Hanefi - il suo fidato collaboratore attualmente in stato di detenzione per volontà delle autorità afghane, a seguito del caso Mastrogiacomo – ha preso armi e bagagli, chiuso gli ospedali e le strutture sanitarie in loco, e se ne è tornato in Italia.
Un clamoroso gesto di protesta rivelativo del pressoché nullo rispetto e riconoscimento della sovranità afgana e di chi la esercita.
Di qui la prima obbligata riflessione: chi è stato allora finora, il referente in Afghanistan di Gino Strada e della sua associazione?
Di fronte al dietrofront di Strada, è ancora possibile pensare ad Emergency come ad una struttura davvero autonoma, indipendente, neutrale?
Tuttavia, si limitasse a questo l’incoerenza di Strada e dei suoi, la si potrebbe far rientrare forse nelle legittime (sebbene discutibili) scelte che, uomini votati ad una missione umanitaria decidono di fare dando al loro agire una direzione, pur rispettando i propri nobili scopi di origine.
Ma qui, siamo di fronte ad un uomo che, quasi come il predicatore buono, giusto e misericordioso nel deserto dell’insensibilità umana, da anni denuncia la guerra come un odioso gioco politico ed economico messo in atto dai potenti della Terra, le cui conseguenze brutali e devastanti ricadono unicamente sui deboli, sulla popolazione civile inerme, incolpevole, estranea, vittima e innocente. E sarà anche vero. Ma, vista la sua appassionata denuncia che lo ha portato alla scelta di prendersi cura degli innocenti, perché oggi non denuncia anche se stesso?
È forse oggi Gino Strada meno dei potenti della Terra, se può permettersi di ricattare un Paese, negandogli il suo apporto fondamentale, facendo ricadere le conseguenze delle sue scelte proprio su quegli stessi innocenti ai quali ha votato la sua esistenza?


Per ascoltare in streaming Lorenzo Cremonesi del Corsera clicca qui

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Thursday, April 12, 2007

Quer pasticciaccio brutto de Gino Strada

L’informativa alla Camera del Ministro degli Esteri Massimo D’Alema, pur chiarendo con massima precisione la cronologia e lo svolgersi degli accadimenti a partire dal sequestro del giornalista de la Repubblica, Daniele Mastrogiacomo, presenta tuttavia quei buchi neri e quelle incoerenze che, con ogni probabilità, mascherano la frittata.

Chiaro, esplicito e condivisibile pienamente l’esordio del ministro: si doveva salvare la vita di un cittadino italiano, questo era l’obiettivo, l’obiettivo è stato raggiunto. Stop.
E non ci sarebbe altro da aggiungere se la Farnesina non fosse andata a complicarsi la vita.


E invece, già D’Alema si sente di dover aggiungere che al Governo italiano premeva la liberazione tanto di Mastrogiacomo quanto quella del suo interprete afghano, Adjmal Nakshbandi, barbaramente decapitato dai suoi sequestratori domenica 8 Aprile. Infatti, la trattativa portata avanti da Emergency per conto del Governo italiano, prevedeva la liberazione anche del cittadino afghano assieme al nostro Mastrogiacomo. Una mossa primariamente politica piuttosto che umanitaria, e a chiarirlo è lo stesso D’Alema oggi a Montecitorio: la sovranità territoriale in Afghanistan appartiene al Governo afghano. Con quale legittimità l’Italia avrebbe mai potuto ordinare la scarcerazione dei prigionieri afghani richiesta dai sequestratori talebani come contropartita per la liberazione degli ostaggi? E perché mai Karzai avrebbe dovuto accettare se in ballo ci fosse stata la vita unicamente di un italiano e non anche di un suo connazionale?


Il resoconto del Ministro è fine, ma difficilmente verosimile: ci vorrebbe far credere che l’iniziativa di scarcerare i detenuti come contropartita degli ostaggi sia stata presa quale decisione del tutto autonoma da parte del Governo afghano, senza pressione alcuna da parte delle autorità italiane? Cioè D’Alema con un colpo solo vuol farci credere che non solo non abbiamo alcun peso politico da esercitare con diplomatica pressione sul Governo Karzai, ma anche che non abbiamo elemosinato il favore della scarcerazione presso le autorità afgane accampando la scusa delle difficoltà in politica interna.
Insomma, avremmo fatto il massimo con il minimo sforzo, mentre Karzai, che avrebbe accettato il compromesso coi talebani per vedersi sano e salvo un proprio connazionale, se lo è invece ritrovato decapitato.


Accettiamo tale versione ufficiale, anche perché allora si capisce bene l’ostilità del Governo afghano nei confronti di Emergency.
E spieghiamo. Anzi, il Ministro degli Esteri spiega.


Massimo D’Alema riporta, nella sua relazione, che inizialmente furono due i canali aperti per le trattative: un primo canale fu quello aperto grazie alla redazione de la Repubblica, che vantava dei contatti coi sequestratori grazie alla mediazione di non meglio precisati interlocutori (probabilmente giornalisti afghani) di stanza a Kandahar; il secondo canale è quello che fa capo ad Emergency e a Gino Strada che, inizialmente, offre un aiuto generico per risolvere la questione.
Le prime richieste dei sequestratori arrivano al primo dei due canali, ma alla richiesta, da parte delle autorità italiane, di una prova dell’esistenza in vita degli ostaggi, il video-prova viene inspiegabilmente recapitato ad Emergency, ignorando i contatti di Kandahar. Perché?
Si fa largo qui la figura di Rahmatullah Hanefi, responsabile Emergency dell’ospedale di Lashkargah e personaggio chiave per la buona riuscita dell’operazione Mastrogiacomo, attualmente in stato di detenzione nelle prigioni afghane, più volte interrogato dai servizi segreti del suo Paese.
Privo dell’apporto fondamentale di Hanefi, che probabilmente, in qualche modo, tiene i contatti con la guerriglia del sud del Paese, Emergency fa fagotto, nell’impossibilità di operare sul territorio in sicurezza.


Seguendo la ricostruzione del Ministro degli Esteri, appare chiara e legittima la presa di posizione del Governo afghano nei confronti di Emergency, accusata di essere collusa alla guerriglia talebana; qualcuno ha giocato a fregare Karzai, che si è visto recapitare a casa un cadavere senza testa anziché Adjmal vivo e libero, secondo quelli che erano gli accordi presi - sostiene sempre D’Alema - da Gino Strada per conto del Governo italiano.


Allora, chi ha fregato Karzai? Massimo D’Alema o Gino Strada?

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Tuesday, March 20, 2007

I Gattipardi


Conclusasi felicemente l’avventura del giornalista Daniele Mastrogiacomo, sequestrato in Afghanistan da un gruppo di talebani, si apre lo spazio per importanti considerazioni sul nuovo corso della diplomazia italiana e la linea adottata dalla Farnesina in delicata materia quale quella della politica estera, che più volte ha fatto sudare freddo il premier Romano Prodi nonché vacillare l’attuale maggioranza di governo.
Gestito magistralmente il caso Mastrogiacomo, grazie anche ad un’unità di crisi che nel mondo – caso raro – ci invidiano, rimane da mettere a fuoco quale è stata effettivamente la contropartita che ha reso possibile la liberazione del giornalista italiano, e si parla insistentemente della liberazione di cinque esponenti talebani di spicco, detenuti nelle carceri afgane, in cambio della vita e della liberazione dell’ostaggio italiano. Il governo italiano ha potuto in questo caso avvalersi della collaborazione mediatrice di Emergency, presente sul territorio afghano e che conosce assai bene – si desume - i meccanismi che vigono all’interno di una nazione tanto martoriata e che gode – presumibilmente – dei contatti giusti, probabilmente grazie anche all’opera meritoria che presta in Afghanistan. Ma, quanto è giusto trattare con quelli che sin dall’inizio della guerra in Afghanistan abbiamo imparato a definire terroristi? Mentre in Iraq, col governo Berlusconi, la Farnesina, alle prese col problema degli ostaggi italiani, pare si sia resa disponibile ad una contropartita di natura economica per ottenere la salvezza e la liberazione degli italiani (si pensi al celeberrimo caso delle due Simone), qui l’azione diplomatica ha avuto un percorso e una conclusione nettamente differenti, e che in qualche modo hanno dato il via ad un corso italiano in materia di politica estera che detta, stavolta davvero, una certa discontinuità.
Al di là del fatto che nn si comprende bene cosa ci guadagnino oggi i vertici delle Stato afghano da Karzai in giù, nel liberare cinque detenuti pericolosi per l’ordine (?!) costituito (ed è quindi legittimo pensare anche che lo Stato italiano abbia, sotto varie forme, promesso o già concesso aiuti di natura economica – ulteriori – a beneficio dell’Afghanistan), accettare come contropartita le richieste provenienti dai talebani ha significato anche in qualche modo, implicitamente, riconoscere loro una ratio existendi, riconoscere cioè la guerriglia che conducono come legittima.
In questo senso va inquadrata la proposta italiana di farli sedere al tavolo di una conferenza di pace sull’Afghanistan: la proposta non è solo tesa ad ovviare il conflitto intestino al centrosinistra tra sinistra radicale e moderati sulle spinose questioni di politica estera, ma anche a tracciare un nuovo percorso, sulla scia di quella equidistanza dalemiana già espressa a proposito del conflitto libano-israeliano e sulla delicata questione israelo-palestinese.
Si apre però allora, il problema del come mettere a fuoco la missione Nato in Afghanistan: se la guerra in Afghanistan, al di là della mera reazione statunitense alla tragedia dell’11 settembre, si configurò allora come anche la cacciata di un regime oppressivo e disumano come era quello talebano, che senso ha oggi riservare agli esponenti di quello stesso regime un posto al tavolo delle trattative e della pace? Il tutto assumerebbe i contorni grotteschi di una simil-Restaurazione.
Ancor più paradossale è che il nuovo corso della politica estera italiana potrebbe offrire alla tanto vituperata amministrazione statunitense la famigerata ciambella di salvataggio alla quale aggrapparsi: con un Bush la cui popolarità in patria è ai minimi storici, soprattutto per il pantano iracheno e poi per quello afghano, coinvolgere, sia in Afghanistan come in Iraq, tutte le fazioni presenti sui due territori, ivi compresi e soprattutto gli epurati e diseredati dai due conflitti, potrebbe significare per gli States la possibilità di fare fagotto col minor rumore possibile, salvando un minimo la faccia e la dignità a livello nazionale.
Per quanto praticabile come strada, ciò comporterebbe però riconoscere un sostanziale fallimento di ogni obiettivo che ci si è fin qui posti, dall’utopica esportazione della democrazia in Iraq, al riassetto di un paese in preda al caos quale è l’Afghanistan.

In un clima del genere, vien facile pensare ad un’atmosfera da miseria e nobiltà gattopardesca, laddove tutto cambia affinché rimanga tutto com’è.

P.S. Il post trae spunto da un ottimo e proficuo scambio di opinioni con Lama.

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Tuesday, January 23, 2007

Spy story

Di nuovo c’è solo che si comincia a parlarne, pur se con cautela.

Forse i media inglesi hanno nasato i particolari da Bond-story e ne parlano, e il vento britannico, seppur debole, soffia anche dalle nostre parti, e per ovvie ragioni.

Itv, emittente inglese, ha trasmesso ieri un’intervista ad Aleksandr Litvinenko (rimasto vittima di un attentato alla sua persona il 22 novembre scorso) nel corso della quale l’ex agente del Kgb parla del premier Romano Prodi come di un “uomo” dei disciolti (?!) servizi segreti russi.
La notizia, ripresa dalla BBC e solo in parte da qualche media italiano, non è affatto nuova: già ai tempi del caso Litvinenko, qualche mese fa, ai fanatici delle spy-stories non può essere sfuggito questo video:




Il video è autentico e risale al 3 Aprile 2006, ed è possibile verificarne l’originalità qui e, integralmente, qui.
Strano che finora sia stato abbastanza ignorato dai media nostrani, spesso dediti al finto scoop, quanto è strano che nemmeno parzialmente se ne è fatto uso nella scorsa campagna elettorale, per quanto avrebbe potuto generare il famigerato effetto boomerang.

Solo illazioni e nessuna prova a carico del premier italiano, stando a quanto riportano con sicurezza i media: quel che è certo è che un giallo così intricato affascina non poco l’opinione pubblica, e se qualcuno decidesse di ingigantire l’onda mediatica onde sfruttarla, certo il Presidente del Consiglio italiano e il suo staff avrebbero non pochi grattacapi nello smontare un caso che appare assai inverosimile, e che però è arrivato fin dentro il Parlamento Europeo, e la cui latitanza a livello mediatico non può che favorire le tesi dei cultori del sospetto. Ecco spiegato il no comment che arriva dall’entourage di Prodi nonostante le insistenze dei media inglesi.

Bastano un video e il coinvolgimento di personaggi legati agli ambienti dei servizi segreti per fare di Romano Prodi un uomo del KGB?

Per saperne di più: Rivoluzione Italiana e Orpheus


Aggiornamento del 25/01/2007: la soap opera continua. Oggi la Repubblica (edizione cartacea) riporta alcune dichiarazioni che smentiscono la veridicità del video di Scaramella e Litvinenko trasmesso dai media inglesi. Sarebbe stato costruito ad arte per diffamare il Presidente del Consiglio.
La vicenda avrà sicuramente altri sviluppi: certo è che tutto ha avuto inizio dal caso Mitrokhin che ha scatenato un intreccio tra media e politica, inglese e italiana, che vede ancora tanti lati oscuri.

Questi brandelli di notizie e dichiarazioni difficilmente verificabili non servono certo la verità (e che spy story sarebbe?!): cui prodest allora?

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Tuesday, January 16, 2007

Non perdiamo la testa

Con la dovuta premessa di un no chiaro alla pena di morte, tuttavia le chiacchiere moraliste di questi giorni fanno accapponare la pelle.
Ma forse, sono la logica conseguenza di tutta una serie di operazioni ipocrite compiute in un Iraq che si voleva Freedom e che invece si ritrova in una guerra civile non dichiarata eppure palese.
Prima ipocrisia su tutte: siamo andati in Iraq per esportare la democrazia.
Di qui, il resto.
Gli americani hanno perso tanti giovani soldati nel pantano iracheno, l’Europa non è stata da meno, ma che si salvi almeno la faccia, santo cielo!
Non si può agire e poi non assumersi i rischi che le proprie azioni politiche e militari hanno comportato.
Esportare la democrazia con modalità da corso intensivo stile “impara ad essere democratico in 4 settimane con gli occidentali che ti fanno da tutor” è un progetto già di per sé improponibile. In Iraq c’era un’ingiusta forma di governo, vero, ma una forma stabile di governo. Era da mettere nel conto che l’instabilità del paese maturata a seguito dell’intervento militare, avrebbe generato violenze e atrocità inaudite a seguito di rancori secolari mai sopiti. Inutile scandalizzarsi e fare i benpensanti di turno da sciopero della fame, di fronte a delle dinamiche umane che la storia insegna chiaramente. Non esiste cambiamento geopolitico né tantomeno rivoluzione che non abbia avuto la sua scia di morti accompagnata dall’odore acre del sangue.
I perbenismi oggi sono superflui, e suonano come lacrime di coccodrillo sul sangue versato.

Il problema da affrontare è: quanto queste vendette mascherate da giustizia sommaria incideranno su un conflitto interno all’Iraq che, allo stato delle cose, pare inevitabile?
Quali equilibri si svilupperanno nei prossimi mesi e anni, dato che la partita irachena si gioca su di uno scacchiere ben più ampio che non le terre attorno a Baghdad?
Che posizione assumeranno gli Stati Uniti in un conflitto che sotto sotto è allargato tanto all’Iran che supporta in Iraq gli sciiti, quanto all’Arabia Saudita che invece foraggia i sunniti?
Che ruolo riuscirà a giocare l’Europa?
Quali orrende carneficine attenderebbero quelle terre già martoriate se anche i curdi si presentassero nel mezzo del conflitto agguerriti poiché desiderosi da tempo di una propria terra a nord dell’Iraq (dove tra l’altro hanno sede i maggiori luoghi di culto degli sciiti, la cui popolazione invece è più concentrata a sud del paese)? Per non parlare del petrolio…

Di fronte ad una situazione così complessa che non trova soluzione (e a nulla vale il nuovo intervento militare auspicato dal presidente degli USA), qui in Europa giochiamo ancora a fare i puri di cuore e i poveri in spirito: prima stordiamo gli iracheni col fascino hollywoodiano della freedom, destituiamo e imprigioniamo il boss tiranno e sanguinolento nemico della peace; poi, quando loro finalmente gettano il demonio dalla rupe, ecco che gli diciamo che loro sono dei parvenu della freedom, non capiscono un bel niente, al massimo la loro è democrazia da circo.
Solo che i domatori di questo Barnum siamo stati noi.
E adesso ci lamentiamo che la rivoluzione impicca la gente, dimenticandoci che all’indomani della Rivoluzione Francese e della Restaurazione, l’unica buona idea che rimase in Europa di quegli anni formidabili, fu la ghigliottina.

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Monday, October 30, 2006

Figli di Troia

La ripresa delle violenze nelle banlieue francesi a circa un anno dai primi disordini ci costringe a riproporre una riflessione che già allora si era fatta, seppur marginalmente, preferendo concentrarsi sugli aspetti più sensazionalistici, emotivi e, per così dire, spettacolari, della vicenda.
Nonostante lo spauracchio dell’integralismo islamico (mai correttamente affrontato) che impera in lungo e in largo per l’Europa, il problema sociale francese è di tutt’altra natura, e per certi aspetti, paradossale rispetto ad altri fenomeni sparsi qua e là per l’Europa.
Chi incendia autobus e sfoga nella violenza la propria frustrazione e la propria impotenza non sono fanatici d’importazione, ma figli della Francia che la Francia non ha riconosciuto e non riconosce, lasciandoli vivere da reietti, ghettizzati ai margini della Ville Lumiere, in zone residenziali che di residenziale non hanno nulla: non luoghi di ritrovo, né di culto, né illuminazione, né servizi degni di un vivere civile nel senso pieno che oggi gli attribuiamo. Viste le condizioni di emarginazione sociale che quotidianamente vivono questi immigrati di seconda e terza e magari quarta generazione, la protesta, anche violenta, non suona come uno scandalo per chi, come loro, si sente (ed è) a tutti gli effetti, francese. Tutto ciò è il risultato di una politica francese più che decennale che è sì sempre stata improntata al multiculturalismo e alla multirazzialità, ma che, evidentemente, ha sbagliato nei suoi effetti pratici. La famosa, tanto contestata, cosiddetta legge sul velo di qualche anno fa, è il sintomo che ha rivelato il fallimento di una politica imposta da una maggioranza culturale che, non accorta, non si è accorta che nel frattempo le minoranze non erano più tali, e reclamavano (e reclamano) a gran voce un loro status all’interno del panorama nazionale.
Ecco che le minoranze di allora sono il cavallo di Troia di oggi, allevato in seno ma in malo modo, in cattività, tanto che, senza saper che pesci pigliare, le istituzioni francesi perpetrano questa guerra fratricida e invocano l’esercito.
L’esempio francese è un modello da non seguire per chi talune circostanze comincia a viverle solo oggi.
Imparare dagli errori dei cugini d’Oltralpe per noi italiani, sarebbe non poco.
Ancor più importante che vincere la Coppa del Mondo.

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Friday, October 20, 2006

Dalle stalle alle stelle

Desta preoccupazione la notizia, diffusa solo pochi giorni fa dal Washington Post, che l’amministrazione Bush abbia varato in agosto un piano strategico che pari mirare alla conquista dello spazio per garantire la sicurezza nazionale. Leggi per molti: la corsa agli armamenti si fa lassù.
Al di là del paventato catastrofismo da corsa al riarmo nucleare (ipotesi non azzardata certo, ma finora le intenzioni dell’amministrazione statunitense sono state poco chiare e anche il documento prodotto e reso pubblico si presta a non poche interpretazioni; non solo ma a nessuno fra i mass media sono note le tecnologie di cui gli Stati Uniti si trovano in possesso e che intendono usare o sperimentare), l’episodio è sintomatico di quanto sta accadendo quaggiù, sulla Terra.

Un giorno sì e l’altro pure gli americani invocano la sicurezza nazionale come la dea Kalì: non è di certo un buon segnale che proviene da chi da sempre si è sobbarcato (fra pro e contro) il peso di mantenere un certo equilibrio internazionale; il ruolo degli Stati Uniti è stato messo in discussione con l’undici settembre e le risposte date dall’amministrazione Bush, se ancora si sente il bisogno di invocare quotidianamente la sicurezza nazionale, non sono state efficaci.
E non è un mistero che le due guerre condotte sotto la bandiera a stelle e strisce si stiano rivelando fallimentari. L’Iraq è un pantano: lo stesso presidente statunitense ieri ha dovuto ammettere pubblicamente il confronto con il Vietnam (per saperne di più, clicca qui). In Afghanistan, c’è la maggior recrudescenza di violenza dall’inizio della guerra ad oggi: decisivi saranno i prossimi mesi, ma la fiducia della popolazione nelle forze occidentali va via via sempre più scemando, i talebani riguadagnano terreno assieme ai terroristi e supportati dai signori della droga.
Insomma, questa fuga nello spazio pare sintomatica di un’America che ha fallito e si rifugia tra le stelle. Senza contare che nel nuovo scacchiere della crisi internazionale che si sta delineando, gli americani stessi si stanno ritagliando un ruolo marginale: è successo per il Libano, ma anche la questione nord-coreana è stata pressocchè affidata interamente all’Onu, dove nessuna decisione in merito può essere presa senza il beneplacito della Cina, che a questo punto, guida la partita.
E nonostante quasi un anno fa l’amministrazione Bush avesse testato l’opinione pubblica americana, facendo trapelare alla stampa un dossier su un eventuale attacco militare all’Iran, anche col governo di Teheran l’azione diplomatica o le decisioni da prendere latitano: tutte le trattative passano per l’Unione Europea.

Saranno l’Europa e l’Onu (che sarebbe preposta a ciò, ma che, nella realtà dei fatti, è un’istituzione profondamente da riformare di fronte alle nuove sfide poste dalla contemporaneità) capaci di sopportare il peso e la responsabilità che derivano dal manovrare sullo scacchiere del mondo?
Negli ultimi anni si è discusso non poco del ruolo che gli Stati Uniti hanno giocato sul piano internazionale, sottolineandone pregi e difetti, errori e successi.
E ora che se ne vanno lassù, a noi non resta che sperare di non dover maledire un giorno la nostra distanza dalle stelle.

Per la notizia dagli Esteri: il Giornale

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Tuesday, August 22, 2006

Il Gatto e la Volpe

La risoluzione 1710 dell’ONU che vorrebbe regolare l’intervento di una forza multinazionale di pace nel sud del Libano è l’ennesimo atto fallimentare del Palazzo di Vetro che ne denuncia e sottolinea tutta l’inconsistenza e la debolezza, nonché i limiti e l’inefficacia: la tregua è già stata abbondantemente violata, gli obiettivi della risoluzione sono farraginosi, i mezzi con cui conseguirli ancor meno chiari. È una missione di peace-keeping o di peace-enforcing? I documenti sembrano sostenere più la prima ipotesi, ma le regole di ingaggio, che dovrebbero consentire alla forza militare ONU un certo raggio d’azione (per non bissare il disastroso approccio di 23 anni fa che costò la vita a decine e decine di uomini), sembrano più adatte ad una missione del secondo tipo.
La poca chiarezza e trasparenza, sebbene dettate dalla situazione oltremodo delicata, rischiano non solo di rendere difficile il raggiungimento degli obiettivi, ma di mettere a repentaglio la vita dei soldati che in quello scenario di guerra andranno ad operare. Non sarà compito di questa forza militare disarmare Hezbollah, ma dovrà fare in modo che dai territori da essa presidiati non si dia avvio ad atti ostili: nella sostanza ciò significa disarmare chi ha intenzione di recare minaccia e offesa armata oppure no? Sarà consentito l’uso delle armi solo per autodifesa o anche per disarmare coloro che sono intenzionati a violare la tregua? E in quest’ultimo caso si figura o no una palese contraddizione coi compiti assegnati, nonché un conflitto di competenze con l’esercito libanese, l’unico autorizzato a disarmare Hezbollah?
La chiarezza delle regole di ingaggio e della risoluzione ONU (già ieri più Paesi hanno chiesto un’integrazione alla 1710) non sono meri atti burocratici, bensì le condizioni necessarie (e non sufficienti) perché la missione possa trovare una sua legittima direzione e possa svilupparsi nella maggior sicurezza possibile di tutti i soggetti coinvolti.
Purtroppo, nello stesso tempo, non sembra che l’Europa possa svolgere quell’attività diplomatica di negoziazione che non sarebbe di semplice supporto alla missione, ma sarebbe fulcro centrale attorno al quale dovrebbero orbitare le speranze di una tregua vera che non sia solo il rimandare una guerra in Medioriente che, allo stato delle cose, appare solo procrastinata.
È ormai evidente come all’indomani dell’11 settembre, in Europa l’asse Berlusconi – Blair – Aznar mise a suo tempo in discussione l’egemonia franco-tedesca; i due Paesi, da sempre contrari alla linea filoamericana adottata dall’asse anglo-italo-spagnolo, non si sono mai rivelati nemmeno propositivi o critici positivamente, limitandosi a curare i propri interessi e tutelare la propria immagine. È ciò che hanno fatto anche in questo delicato frangente.
Il rischio per noi italiani ora è di ritrovarci di fronte a qualcosa di troppo grande perché il peso possa essere sopportato da una sola nazione, sebbene armata di buona volontà, come la nostra.
Senza contare l’insensata rapidità e l’adesione senza distinguo né condizioni alle sollecitazioni dell’ONU: una fretta dettata più da ragioni di politica interna che di politica estera, che vuole rimarcare in patria la differenza fra questo e il precedente governo rispetto ai rapporti con ONU e USA e al ruolo e al prestigio internazionali.
Il rischio di un nostro comando della missione e di un contingente così numeroso di uomini messo a disposizione, è quello che a noi unicamente venga addebitata sul campo una sconfitta (molto probabile) degli intenti della missione.
Troppi, in questo momento, al governo, hanno idee confuse una conoscenza meno che superficiale del territorio e degli attori sulla scena: come può il nostro Ministro degli Esteri Massimo d’Alema proporre di incorporare le milizie Hezbollah nell’esercito regolare libanese? Questo comporterebbe una premessa e una conseguenza: in primo luogo bisognerebbe dunque presupporre che la causa di Hezbollah, mosso da odio verso Israele, rappresenti in qualche modo una causa nazionale per il Libano, se quest’ultimo considerasse le milizie Hezbollah, a pieno titolo, milizie regolari; da ciò ne deriverebbe la piena legittimità di quei bombardamenti israeliani su Beirut che fin qui abbiamo deprecato come scellerati e senza senso. Sarebbe una guerra fra due Stati sovrani.
Bene fa invece il Ministro della Difesa Arturo Parisi a sottolineare la pericolosità della missione che probabilmente ci verrà affidata; anche perché l’idea dell’ONU di affidare all’esercito libanese il compito di disarmare Hezbollah, per quanto ineccepibile da un punto di vista diplomatico, rischia sul piano pratico non solo di non ottenere alcun risultato, ma addirittura di peggiorare la situazione già drammatica della popolazione civile: se è vero che almeno il 60% delle truppe libanesi è sciita, come Hezbollah, mentre le chiavi del comando militare sono in mano a cristiani, drusi e sunniti, un pressing asfissiante su Hezbollah potrebbe alfine paventare il rischio di una guerra libanese intestina, aggiungendo caos a caos e fornendo una possibile ghiotta occasione a Siria ed Iran. In conclusione, la risoluzione 1710 configura non tanto una missione di pace, quanto una missione di speranza di pace, tra mille dubbi e incertezze. Una speranza che, si spera, non richieda ulteriori sacrifici umani.

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Monday, July 24, 2006

Da una parte o dall'altra

Sebbene sia auspicabile, non è possibile analizzare l’attuale frangente della crisi mediorientale a partire da attente premesse storiche. La storia israelo-palestinese è troppo lontana perché le cronache vengano in aiuto alla maggior parte di noi, e al contempo, troppo vicina affinché se ne possa dare un’interpretazione sintetica e condivisa.
Si rende perciò obbligatorio analizzare il presente, e rilevare come non siamo più di fronte ad un conflitto che contrappone unicamente israeliani e terroristi palestinesi; sono altri i protagonisti della scena, come da più analisti messo in evidenza: Siria, ma ancor più Iran muovono le pedine di Hamas ed Hezbollah nella volontà di tracciare un nuovo assetto geo-politico dell’area mediorientale.
Un’efficace sintesi della situazione odierna è rintracciabile nelle parole di Benedetto XVI: “I libanesi hanno diritto di vedere rispettata l'integrità' e la sovranità del loro paese, gli israeliani hanno diritto a vivere in pace nel loro stato e i palestinesi hanno diritto ad avere una loro patria libera e sovrana”.
Le parole del Papa sottolineano come ciò che si rende più urgente è la ripresa del cammino di pace fra israeliani e palestinesi che si è bruscamente interrotto coll’uscita di Sharon e l’entrata (democratica) di Hamas; il partito palestinese è stato in questi mesi prepotentemente strumentalizzato dal presidente dell’Iran, Mahmud Ahmadinejād, che, facendo leva sull’antisemitismo che serpeggia nelle classi arabe emarginate, ha di fatto impedito ad Hamas la possibilità di assumere una qual si voglia forma democratica che avrebbe prediletto la via diplomatica a quella violenta.
Forti di questa situazione politica inconsueta, e fomentati dalla Siria con ogni probabilità, anche gli Hezbollah hanno ripreso i loro attacchi ai territori israeliani.

La reazione di Israele, visti i fatti e le minacce, verbali e non, è stata inevitabile (dal punto di vista della ragion di Stato); doverosa per uno Stato che vede minacciata la propria sovranità, inviolabilità e sicurezza.

Tuttavia, non si può nascondere, dietro la giustificazione del diritto ad esistere, la violazione da parte israeliana della sovranità dello Stato libanese. Che Israele se ne assuma la responsabilità di fronte alla comunità internazionale, consapevole di aver dovuto fare una scelta che ha implicato delle conseguenze. Il diritto a difendersi non implica de iure alcun diritto a muovere guerra contro una popolazione civile inerme e soprattutto estranea ai fatti.

Ma ciò non significa per noi occidentali farci scudo dei concetti di equidistanza, o equivicinanza, che dir si voglia, per sottrarci a delle responsabilità che hanno da essere ben chiare e definite: io italiano, io europeo, io che ho conosciuto la Shoah, non posso permettere né accettare che alcun Paese minacci Israele di annientamento e non diritto ad esistere sulla base dell’antisemitismo discriminatorio e aberrante tanto nelle sue conclusioni quanto nelle su premesse.
Senza contare che un attacco di tale portata e pur sempre anche un attacco al modello societario e politico di Israele che è quanto di più vicino a me possa esserci in Medioriente.
Rispetto ogni forma di aggregazione civile mediorientale e non, ma non posso tollerare l’intolleranza nei confronti dei miei valori, né un attacco allo stato di Israele sulla sconcertante base di una fantomatica razza ebraica da perseguitare e annientare.
Non posso e non devo accettare tutto ciò.

Per non dimenticare.

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