Versus vs versus

Wednesday, August 15, 2007

Un'estate al mare

Ferragosto: una nutrita fauna umana si riversa sulle spiagge italiane.
La festa dell'estate buona tanto per i laici che per i cattolici in vacanza, va santificata a qualunque costo. Ne consegue che sul bagnasciuga, laddove quando c'era lui i nemici sarebbero stati affrontati e sconfitti, oggi pullula un esercito di variopinti vacanzieri.

I mattinieri. Sono i primi sulla spiaggia. Si alzano alle 5 del mattino, mandano giù un activia e, catenella del wc ancora in mano, sono sotto l'ombrellone a levarsi la canotta, pronti per gettarsi nell'acqua ancora gelida della notte: ci ficcano un piede, rabbrividiscono un po', poi si fanno coraggio e si buttano. Temerari. Godono nel raccontare di come loro, il mare, lo vivono alle ore più incontaminate del giorno: puro e limpido come mamma natura ha creato, manco fosse una scatola di pelati Cirio. Quando narrano della leggendaria trasparenza delle acque del mattino hanno il sorriso largo di Silvio Berlusconi e l'occhio spento di Francesco Caruso.
Fascinosamente radical-chic.

I matriarcali. Sono costituiti solitamente da non meno di dieci persone. Si muovono in branco. Molte le ragazzine nel gruppo, spesso gravide di kinder bueno e merendine ai 5 cereali che hanno lievitato nello stomaco. La capobranco è la madre: solitamente è madre biologica solo di una, massimo due ragazzine, tuttavia è facente funzioni materne per tutta la truppa. Avanza imperiosa, porta quasi sempre un largo cappello di paglia stile Sampei e se lo calca sulla zucca premendo forte con la mano, pure quando non tira un filo di vento. L'altra mano corre lungo il fianco a sostenere una borsa frigo da Mary Poppins: brioche, yogurt, panini al formaggio, panini al prosciutto, panini prosciutto e formaggio, pizza fatta in casa avanzata della sera prima tagliata a tranci, banane, pesche, un pezzo di provolone, acqua a volontà, qualche lattina di Coca-Cola e un paio di succhi di frutta. La nonna della teppaglia procede sempre alla destra della madre superiora, due passi indietro: sotto un'ascella tiene la sua sedia (altrimenti i nipoti gliela fregano), sotto l'altra il thermos del caffè, così sta caldo.
Catto-comunisti sub-proletari convinti.

I fichetti. Sono perlopiù single dell'ultima ora dall'occhio smorto sotto l'occhiale grosso, Gucci, Ray-Ban o Prada che sia. Si lasciano crollare sull'asciugamano da spiaggia solo verso le 11 del mattino; di ritorno da una notte devasto, guardano un bikini si e uno no. Beccano, rigorosamente, sempre il bikini sbagliato; disperati, la sera ci danno sotto con l'alcol e al mattino sono di nuovo stracci usati ambulanti. Un circolo vizioso il loro, non se ne esce. Anche se abitano a due passi dalla spiaggia (appartamento in affitto tutto il mese), al mare ci vanno con la Golf a benzina e parcheggiano tutto il giorno presso il custodito del lido. La sera non cenano: prendono la gomma dell'acqua del giardino, prima lavano la Golf, poi si sparano la doccia. Una mano di cera (all'auto e ai capelli) e via a passar la notte con la faccia smunta appoggiati al tavolino di una disco all'aperto con open bar.
Neofascisti decadenti.

I ritardatari. Sono quelli che si alzano da letto alle undici: 30 minuti per la colazione, 10 secondi per il bagno poi s'infilano dritti in auto. Percorrono i pochi chilometri che li separano dal mare a tutta velocità, aggrappati al volante per spingere col peso del corpo. Una volta arrivati, alla prima capanna-bar fanno incetta di panzerotti, pizzette, arancini e birra Moretti: se è Baffo d'Oro va di lusso. Rutto libero fino alle 2, un paio di peti per rendere l'aria frizzantina il tanto che basta, poi a mollo in acqua fino alle 5. Palloni, materassini, racchettoni, fucile, pinne ed occhiali: tutto al seguito. Armati di fiocina, orano per un'orata, ma se vedono una medusa in acqua, cala il panico e ci si scambia i rimedi della nonna per far passare il bruciore della puntura: dallo spalmarsi di grasso di foca fino ai rituali voodoo.
Terribilmente nazional popolari.

N.B. Quiz e test estivi: a quale categoria appartiene il titolare di questo blog? E tu amico lettore, di che categoria sei? Vale inventarsene di nuove! (serve descrizione, please!).

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Monday, June 18, 2007

Meglio tardi che mai...

Scienza e fede non si incontrano mai, quando si incontrano sono cavoli amari, e sir Isaac Newton, padre indiscusso della legge gravitazionale e delle mele Marlene, ne costituisce la prova: in una lettera datata 1704, si lancia nell’apocalittica profezia dell’inevitabile fine del mondo datata 2060.
La data è data (?!) da una rilettura simbolica del libro biblico del profeta Daniele, uno fra i più oscuri.
Noi, che speriamo di esserci ancora per assistere ad uno spettacolo unico nel suo genere, sappiamo bene, fortunatamente, che entro quella data:

- Il Pd finalmente nascerà;
- Prodi e Berlusconi non saranno più premier: finalmente concorreranno entrambi per il Quirinale;
- Il tesoretto verrà distribuito;
- Per fare la Tav decideranno di spianare le Alpi;
- Bush ritroverà il suo amato orologio;
- D’Alema sarà finalmente al timone della sua imbarcazione concorrendo per la Vuitton Cup (“facci sognare”…);
- Il Family Day saranno organizzati unicamente dai leader del centrodestra e dalle loro innumerevoli famiglie;
- Al Gay Pride, Testimoni di Geova e Militia Christi, travestiti - da bagarini -, si uniranno per piazzare gli ultimi posti disponibili lassù;
- Ricucci tenterà un altro tipo di scalata, ma stavolta non ci saranno santi ad Arcore che tengano, né Falchi a sollevarlo;
- Il pm Woodcock aprirà un’inchiesta su Newton, credendolo un massone, e finalmente realizzerà il suo sogno di scrivere un quattro mani con Dan Brown;
- Clemenza Mastella manderà gli ispettori da Newton, perché certe fughe di notizie sono intollerabili.

Io? Io speriamo che me la cavo….Intanto, scusandomi con i lettori, riapro i battenti di questo blog troppo a lungo trascurato per motivi personali: d’altronde, da qui al 2060, il tempo stringe…


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Sunday, June 03, 2007

Povera Patria

E abbiamo celebrato anche la festa della Repubblica, con un appello ad uno spirito di unità, consci che ciò che ci unisce è l’essere divisi, e che c’è sempre qualcuno di Speciale su cui dividersi.
In un clima di generale disaffezione nei confronti della politica, l’indifferenza ha preso il posto dell’indignazione, forse perché in fondo, ciascuno di noi vorrebbe un auto blu per fare la spesa, o per parcheggiare sotto al bar all’ora dell’aperitivo, forse perché ormai l’abitudine ci ha logorato. Rimane una passione politica che assomiglia sempre di più ad una tifoseria organizzata, dove si parla solo di numeri e risultati, e poco conta il Paese reale, con tutti i suoi i difetti e tutte le sue virtù, sempre più latenti.
Tra una maggioranza che cerca di barcamenarsi manco fosse Luna Rossa nelle acque di Valencia, e un’opposizione divisa tra il voto subito reclamato dalla Lega, il temporeggiare di Fini, gli ammiccamenti di Silvio e il sempre più ermetico Udc, a noi resta una televisione estiva fatta di repliche insulse, di telefilm di basso profilo e film melensi visti e rivisti, dagli intrighi sempre poco chiari e spesso noiosi più del necessario, tanto per crogiolarci nell’ozio e, per giunta, con sofferenza. Il che è una bella metafora per questa stagnante stagione politica: è l’eterno ritorno dell’uguale, sempre meno affascinante, sempre più deleterio per un BelPaese che non riesce ad essere più creativo; dimentichi perfino dell’arte di arrangiarci, preferiamo ucciderci di noia piuttosto che mettere in moto il pensiero e risalire dal fondo del barile nel quale ci stiamo cacciando.
Sarà che la dura realtà di questo Paese, fatta sempre più di magagne sub-provinciali e sempre meno di idealità di ampio respiro, ha costretto noi poeti, santi e navigatori, a fare i conti coi nostri sogni per scoprirli solo delle belle illusioni e nulla più.
E così siamo arrivati all’ultima spiaggia della frustrazione.
Ha avuto ragione Luca Cordero di Montezemolo: a copiare c’è più speranza.


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Thursday, May 24, 2007

Caccia all'ascella pezzata

Con l’approssimarsi dei caldi estivi, un colpo di sole ha folgorato le luminose menti della polizia tedesca; in occasione del G8 in programma dal 6 all’8 Giugno in quel di Heiligendamm, fra le misure preventive adottate per evitare che le manifestazioni no-global degenerino in violenza, c’è l’arma estiva più temuta: l’ascella pezzata, nemica pubblica numero uno dell’igiene personale.
In sostanza, pare che nel corso dell’ultimo retata tedesca effettuata nei centri sociali e nelle abitazioni private di coloro i quali sono considerati tra i più facinorosi, siano stati in qualche modo prelevati e conservati loro campioni di sudore; all’occorrenza, questi campioni verranno fatti annusare alle unità cinofile che, nel mezzo del corteo di protesta, rintracceranno il sudicione di turno e se ne faranno un sol boccone.
Metodi da Stasi, come da più parti sottolineato, che, nonostante il contesto a tratti grottesco, portano la riflessione su una società odierna dove allo straordinario potere della libertà (di stampo liberale) sorretto dal progresso delle tecniche, si è affiancato e rafforzato sempre più il concetto di quella privacy che oggi ciascuno reclama per se stesso, e ciò proprio perché quello stesso progresso delle tecniche, che pure sorregge la libertà e il suo potere, al tempo stesso ne attenta la sopravvivenza, tanto che da oggi ci toccherà pure non sudare.
Per garantirsi la libertà, almeno per questi due o tre mesi bollenti che ci attendono, non resta allora che comprarsi un bel condizionatore.



Per la notizia di cronaca: Tgcom


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Sunday, May 13, 2007

La maggioranza non è più silenziosa

C’è oggi una minoranza nel Paese che deve fare i conti con il successo del Family Day, e non può né deve essere il contrario.
Un milione di persone, dedite solitamente alla cura della casa che non a quella della piazza, sarà forse poca cosa rispetto ai tanti milioni di italiani, ma è abissale la distanza (numerica) che separa Piazza San Giovanni da Piazza Navona dove i laici manifestano per il loro coraggio, non senza coraggio, è il caso di scriverlo, visti i numeri a loro favore poco lusinghieri.
Fatta la proporzione statistica, è necessario prendere coscienza delle tendenze di questo Paese e dei bisogni di tutela che esso esprime, senza abbandonarsi a facili cliché, anche offensivi, per i quali un milione di persone sarebbero state “servi del Vaticano”, che equivarrebbe a dire che poche decine di migliaia di persone in Piazza Navona sarebbero state tutte gay, trans o pervertiti di vario colore e natura; non si può e non si deve ridurre tutto a scontro verbale becero e folkloristico.
Ci si è confrontati su valori e beni da tutelare e i numeri danno ragione alla famiglia: basta affinché i laicisti considerino la propria posizione di minoranza? Basta affinché si possa dire che questa stessa posizione di minoranza deriva da una stortura ideologica del concetto di laicità? Basta affinché si possa ribadire quella famiglia naturale che, costituzionalmente, è nucleo fondante della società civile e del suo progresso?
Non ci si può nascondere dietro la maschera storta della laicità, trincerandosi in una piazza semideserta a fare la conta dei superstiti, negando il dialogo con chi ha una posizione sì diversa, ma legittima.
Domani, a proposito del Family Day, si parlerà di pullman gratis, di comitive organizzate per una scampagnata giocosa e gratuita nella Città Eterna, così come si fa quando ad organizzare imponenti manifestazioni sono i sindacati, o la sinistra col suo popolo di affezionati alla piazza; e saranno per l'appunto polemiche sterili e fuori luogo, come sempre e più di sempre, perché qui, stavolta, nessun vessillo politico è svolazzato sopra il corteo. Il corteo di una maggioranza che da silenziosa ha saputo farsi rumorosa, a suon di slogan, tamburi e fischietti, proprio come sono soliti fare altri; altri che si sono scoperti ieri minoranza rumorosa, e che farebbero bene a tacere un po’ per riflettere su stessi, le loro idee, e su quello che il Paese pensa e vuole. Senza negare loro il diritto di tornare a rumoreggiare ancora: la maggioranza silenziosa non glielo negherebbe mai, né mai l’ha fatto.

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Thursday, May 03, 2007

Il Maggio trasteverino

Degno di cronaca non vi sarebbe alcunché a dire il vero, se non fosse stato L’Osservatore Romano a dare un palcoscenico, ben più ampio di quello del concerto del Primo Maggio, al pressoché sconosciuto guitto Andrea Rivera da Trastevere, che dal proscenio della più famosa Festa dei Lavoratori in Italia, ha lanciato la sua polemica invettiva contro la Chiesa Cattolica.
Ma anche il quotidiano d’Oltretevere ha deciso di tener fede a quell’impegno, più o meno discutibile e proficuo, che sta caratterizzando questa fase della Chiesa cattolica, di ribattere colpo su colpo ad ogni attacco, senza esclusioni di colpi (per l’appunto).
Ma, per dibattere della questione, è fondamentale chiarire se le affermazioni del Rivera rappresentano una critica voluta, con pretesa di fondatezza, o sono facile satira.

Se quella dell’artista (?!) voleva essere una fondata critica, questa ha palesato un’ignoranza di fondo madornale, anziché una sensatezza minimamente razionale; in primo luogo, la notizia per la quale il Papa avrebbe negato l’evoluzionismo non trova riscontri in alcun documento del Magistero della Chiesa (vincolante per il credente di fede cattolica), né in alcuna Enciclica, né in qualsivoglia altro documento redatto dalla Chiesa sotto il pontificato di Benedetto XVI.
Se poi il Papa avesse anche detto (e non scritto di Suo pugno) di non credere all’evoluzionismo, nel corso di un colloquio più o meno pubblico, più o meno ufficiale (colloqui dei quali il solo Rivera pare essere a conoscenza), l’opinione personale del Pontefice non intaccherebbe minimamente né il corpus dottrinale della Chiesa, né tantomeno il fatto che ampiamente oramai, la Chiesa riconosce la fondatezza razionale della teoria di Darwin.
Ad ogni buon conto, il caro Rivera, che si erge a buon pastore e professore del proprio gregge, pontificando perle di saggezza dall’alto della sua cattedra con vista su San Giovanni Laterano, se avesse studiato un po’ di più, probabilmente saprebbe che una teoria scientifica come quella di Darwin è un modello interpretativo della realtà del mondo, non è la realtà del mondo: oggi gli scienziati mettono in discussione la teoria della relatività di Einstein perché grazie ai nuovi dati di cui la scienza dispone, quel modello non è più funzionale, o perlomeno, non lo è più in maniera ottimale così come lo era solo 10 anni fa.

Certo, oggi tutti siamo più o meno convinti dalla teoria darwiniana, ma non si nega a nessuno la libertà di credere ad altro se lo si ritiene più convincente: se Rivera pensasse che gli asini volano, o di saperla più lunga degli altri, perché negare lui quest’illusione che fortifica il suo spirito e la sua autostima?
Per inciso, ad uso e consumo di Rivera, è giusto precisare che se esiste un darwinismo rifiutato dalla Chiesa Cattolica, questo non è quello di tipo biologico (cioè la teoria dell’evoluzione della specie), bensì quello di tipo sociale di matrice positivista.
Venendo ai funerali negati a PierGiorgio Welby, presumendo che il Rivera non abbia mai fatto nemmeno una lezioncina di catechismo in vita sua (e se l’ha fatta dormiva…), qui siamo nuovamente di fronte a quella che Aristotele non esiterebbe a definire ignoranza colpevole: la Chiesa Cattolica è dotata di una sua dottrina morale che non concede il rito funebre nel caso in cui una persona abbia espresso ripetutamente e con caparbietà, nel pieno delle sue facoltà mentali, il desiderio di mortificare il dono della vita (così lo chiamano loro…) con la chiara volontà suicida. Piaccia o non piaccia, questa è la regola: non si capisce perché mai ad un uomo di estrema coerenza come PierGiorgio Welby non gliene sia mai importato nulla dei funerali religiosi, mentre chi ha combattuto la sua battaglia con lui debba con ostinazione additare come colpa della Chiesa non avergli concesso i funerali.
Ma insomma Rivera, al paradiso si crede o non si crede, tertium non datur: se ci si crede, anche il paradiso ha, qui sulla Terra, che si sappia, le sue regole, belle o brutte che siano, se non ci si crede…Amen.

Se invece, quella dell’artista (!?) voleva essere satira, allora qui si mette a tema l’opportunità di una tal satira in un tal contesto, perché la satira, la sua funzione, la sua utilità, le sue conseguenze, e anche il suo potere di suscitare ilarità e al contempo di indurre a riflessione, dipende anche dal contesto. Rivolgersi ad una folla perlopiù anticlericale e arringarla con argomenti tanto infondati quanto populisti, rischia non tanto di far ridere e riflettere, quanto di sollevare a livello epidermico quell’astio nei confronti dell’istituzione ecclesiastica che cova sotto pelle, troppo spesso in maniera immotivata e insensata proprio perché troppi sono i pastori alla Rivera che non sanno neanche loro da che parte sono girati.

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Thursday, April 26, 2007

Emergenza coerenza

Sul ponte sventola bandiera bianca. No, non è un bianco di pace, ma il bianco della resa di fronte agli sbandierati ideali di pace, giustizia e solidarietà umana che l’ONG Emergency di Gino Strada da sempre ci sventola sotto il naso, a ricordarci di quanto siamo tristi e meschini noi, seduti in panciolle davanti alla Tv mentre là fuori c’è la guerra, quella vera. E nella rete strategica da conflitto stavolta ci è finito anche il patron di Emergency che, in attesa di chiarimenti sul caso Hanefi - il suo fidato collaboratore attualmente in stato di detenzione per volontà delle autorità afghane, a seguito del caso Mastrogiacomo – ha preso armi e bagagli, chiuso gli ospedali e le strutture sanitarie in loco, e se ne è tornato in Italia.
Un clamoroso gesto di protesta rivelativo del pressoché nullo rispetto e riconoscimento della sovranità afgana e di chi la esercita.
Di qui la prima obbligata riflessione: chi è stato allora finora, il referente in Afghanistan di Gino Strada e della sua associazione?
Di fronte al dietrofront di Strada, è ancora possibile pensare ad Emergency come ad una struttura davvero autonoma, indipendente, neutrale?
Tuttavia, si limitasse a questo l’incoerenza di Strada e dei suoi, la si potrebbe far rientrare forse nelle legittime (sebbene discutibili) scelte che, uomini votati ad una missione umanitaria decidono di fare dando al loro agire una direzione, pur rispettando i propri nobili scopi di origine.
Ma qui, siamo di fronte ad un uomo che, quasi come il predicatore buono, giusto e misericordioso nel deserto dell’insensibilità umana, da anni denuncia la guerra come un odioso gioco politico ed economico messo in atto dai potenti della Terra, le cui conseguenze brutali e devastanti ricadono unicamente sui deboli, sulla popolazione civile inerme, incolpevole, estranea, vittima e innocente. E sarà anche vero. Ma, vista la sua appassionata denuncia che lo ha portato alla scelta di prendersi cura degli innocenti, perché oggi non denuncia anche se stesso?
È forse oggi Gino Strada meno dei potenti della Terra, se può permettersi di ricattare un Paese, negandogli il suo apporto fondamentale, facendo ricadere le conseguenze delle sue scelte proprio su quegli stessi innocenti ai quali ha votato la sua esistenza?


Per ascoltare in streaming Lorenzo Cremonesi del Corsera clicca qui

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Wednesday, February 14, 2007

Perizomi di classe e paccheri di mamma

Se c’è un periodo della propria vita al quale si ripensa con nostalgia, nove volte su dieci è il tempo della scuola: la tenera età dei pastelli a cera, i primi rossori timidi delle scuole medie, le seghe* delle superiori (maliziosi: nel gergo dei ggiovani, quelli con due g ovvio, è l’equivalente del letterario e obsoleto “marinare”…).

Ma oggi la squola, quella con la q, fiore all’occhiello del nostro Bel Paese, è un’antologia di rara bassezza e squallore (e forse anche per questo verrà ricordata dagli adulti di domani come i migliori anni delle loro miserabili vite).

Scoppia il caso della professoressa in perizoma palpeggiata nelle zone basse dai suoi audaci studenti: filmato su YouTube (poi censurato) e relativo servizio integrale e accurato di StudioAperto, edizione delle 12.25 di oggi, che finalmente riesce così a conciliare il dovere di cronaca con la sua ormai consolidata vocazione per poppe e natiche di cui riempie i suoi pregevoli e accurati servizi giornalistici (che arricchiscono le giovani menti, edotte in tal modo più che a sufficienza sull’anatomia umana della sgallettata di turno).

La cosa più pregevole del servizio realizzato oggi, è stata l’intervista telefonica (purtroppo non recuperabile da internet) realizzata alla professoressa vittima delle innocenti smanacciate: al di là del fatto che l’interessata ha dichiarato di non aver sentito pressoché nulla dopo 70 secondi buoni di sollazzo delle mani dei suoi studenti alle prese col il suo posteriore e col filo interdentale che lo "circuiva" (come da filmato), alla domanda se trovava opportuno presentarsi a scuola col perizoma risponde più o meno così: “ma, io non potevo sapere che si vedeva da fuori, e poi questo tipo di perizoma è venduto apposta affinché, se esposto alla vista, non sia sgradevole da vedere”. Dubitando che esistano perizomi che si vendono per essere sgradevoli alla vista (soprattutto quella maschile), aggiungiamo pure che non è questo il problema: cara prof, se il perizoma fosse stato sgradevole, stia pur certa che i suoi studenti le mani sarebbero andati a ficcarle altrove!

Ed ecco la prima rovina della squola, quella con la q, italiana: insegnanti sull’orlo di una crisi di nervi.

Ah, le mani! Sembra proprio che noi italiani non sappiamo tenerle a posto. Nemmeno i genitori di quelle povere creature che si chiamano studenti. Sì, si da il caso che nel Viterbese, una mamma convocata dalla preside per gli atti di bullismo, sopraffazione e violenza della figlia nei confronti dei compagni di classe, ad un certo punto non è più riuscita a controllare la gesticolazione nel corso del pacato diverbio con la dirigente dell’istituto: giù paccheri e sberloni alla preside che aveva avuto di dire a quella povera mamma che la sua cocca era una piccola delinquente.

Ed ecco la seconda rovina della squola, quella con la q, italiana: i genitori. Ad alcuni dovrebbero levare la patria potestà; oppure noi dovremmo chiedergli i danni per aver allevato, col sorriso ebete e compiaciuto, piccoli criminali.

E gli studenti? Vittime, sempre: della troppa libertà, della poca libertà; dei genitori autoritari, dei genitori assenti; degli insegnanti vendicativi, degli insegnanti ingenui. E così via, in una escalation di deresponsabilizzazione che, tra perizomi e paccheri, lascia sempre il posto ad una bella pacca sulla spalla, buonista e perdonista: “Va’ figliolo, per stavolta. Ma la prossima…”.

La prossima cosa?!

*Avrei potuto usare un’altra espressione, ma il fascino dell’ambiguo è stato troppo forte! Ad ogni modo, i modi per dire che si salta la scuola all’insaputa di tutti sono molteplici: fare sega, fare magno, marinare, giocarsela, bigiare. Dipende da regione a regione, da zona a zona.
Ne conoscete altri? Nei commenti please!

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Tuesday, February 13, 2007

A volte ritornano



In fondo, è quello che adombravamo in Rigurgiti a sinistra.

Arrestate le nuove Br, che programmavano attentati, si esercitavano in un improvvisato poligono, discutevano a tavolino con quel linguaggio così tipico, chiaro ma non immediato.
Br di seconda posizione, Br che non si arrendono all’idea di come non sia più tempo per loro. Difficile scrivere che si prova paura di fronte al ritorno di questa sigla; si prova forse più una certa costernazione, forse un po’ di disprezzo, certamente tanta amara tenerezza: in fondo, questi brizzolati Peter Pan di un’Isola che non c’è, e che non c’è mai stata, somigliano a tanti di quei cantanti demodé che portano ancora la brillantina, e hanno gli occhi lucidi dei bei tempi che furono.
Non riescono a fare i conti con la Storia, queste Br qua, né riusciranno mai a farli quadrare a loro favore, dato che la partita è ormai persa da tempo; colpisce di loro, il rifiuto e la negazione della realtà: loro che la realtà vorrebbero sovvertirla a suon di mitra e bombe. Colpisce quella teorizzazione della violenza politica, della lotta armata, fatta ai tavoli dei ristoranti cinesi, fra un involtino primavera e un gelato fritto.
Sono degli emarginati di lusso di questa società, forniti di un’intelligenza mal spesa: se solo ci pensassero su, quanto somiglia la realtà alla loro brutta utopia!
Siamo tante anime uguali nel nostro essere consumatori e non individui, nel nostro essere conformisti, alla moda, trendy, massificati da massicce dosi di Grande Fratello e telegiornali ridicoli e carne nuda: non esiste “social catena” che unisca tanto quanto il voyeurismo da salotto, la domenica catodica in pantofole, la chiacchiera da bar sempre così uguale, banale, commerciale, il telefonino sempre più piccolo, il carrello della spesa sempre più pieno.
Quei nostalgici di ritorno intercettano così l’insofferenza di quei giovani arrestati insieme a loro, e sono tanti: ventenni tirati su con la sbobba della politica dell’immagine, da Santoro a Ballarò passando per l’innovatore per antonomasia, il Cavaliere; vogliono annientare i simboli – belli o brutti che si voglia – del loro tempo (e nel caso del Cavaliere, avrebbero imbracciato le armi sul serio) e si danno alla clandestinità.
Ecco che il mondo di una certa sinistra radicale diviene un brodo di cultura e coltura dove certe brizzolate Br possono ancora avere ascendente, esercitare fascino e reclutare adepti: perché lì si parla la stessa lingua, o perlomeno, si usa lo stesso vocabolario, quello che accomuna i Sanguineti con gli irriducibili, gli Scalzone con i giovani pasionari dell’ultima ora e gli utopisti armati di vecchia data.
Poeti e intellettuali o sedicenti tali che parlano di lotta di classe e di ritornare a sparare dalle trincee: difficile chiedere al figlio di posare il coltello se i padri lo tengono ancora ben saldo fra i denti.Storie, queste, di chi non si arrende alla realtà, alla sconfitta subita dalla Storia, a ragione di un egoismo e un egocentrismo esasperati, mai paghi, bisognosi di essere protagonisti nel bene e anche e soprattutto nel male, anche al prezzo di divorare le carni dei propri figli come Crono, e inghiottirne le anime. Anime giovani di chi si crede tanto forte da imbracciare il mitra e la clandestinità fuori tempo massimo, ma è così debole da essere incapace del parricidio: il rifiuto di quella violenza che ci ha già lasciato un segno indelebile nella Storia, anche se per fortuna ha perso.

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Friday, February 09, 2007

Tra moglie e marito non mettere il DICO

Chissà perché è costume dei politici nostrani alle prese con provvedimenti seri, denominarli con diciture tali da sbizzarrire la fantasia di guitti e comici vari.

E nonostante ciò il ddl Bindi-Pollastrini rappresenta una buona base di discussione, seppure migliorabile.

Importante è che, presso l’Anagrafe, gli interessanti si registreranno tramite una dichiarazione contestuale e non congiunta: ciò rappresenta una giusta differenza di principio tra chi si avvarrà del DICO e chi invece regolerà la propria convivenza attraverso il matrimonio civile.

La bozza del ddl sembra concentrarsi su quei diritti individuali la cui tutela, da più parti, era stata richiesta, e in fondo, poco importa se alcuni articoli del ddl paiono risultare un doppione di norme già in vigore: in primo luogo perché, tanto, l’Italia è già un Paese subissato da norme e leggi, superflue, inutili o doppie che siano, quindi, una più una meno, tale impostazione alla giurisprudenza italiana viene da lontano, e non spetta certo al ddl in questione mettere riparo al fiorire abbondante di norme e regole di cui è vittima il Paese; in secondo luogo, visto che siamo un Paese dove vige un numero sproporzionato di leggi che di fatto vengono spesso ignorate, mal interpretate, o derogate grazie ad altre leggi, diciamo pure che se il DICO va a tutelare diritti individuali già tutelati da altre leggi, in ogni caso, in Italia…repetita iuvant.

Però. C’è un però. Anzi, più di uno.

Ci sono provvedimenti all’interno del DICO che evadono dalla semplice e giusta tutela del diritto individuale. Per quanto non si tratti esplicitamente di un riconoscimento della pensione di reversibilità al convivente che sopravvive, di fatto il ddl sembra aprire a tale possibilità, previa riforma previdenziale. Ciò non rientra nella sfera dei cosiddetti diritti individuali e di fatto, surrettiziamente, introduce un’equiparazione (o quantomeno, l’intenzione di un’equiparazione) fra chi sottoscrive un DICO e chi contrae matrimonio; e allo stesso modo il diritto al mantenimento dopo lo scioglimento del DICO. La regolazione dei cosiddetti alimenti costringe gli stipulatori del DICO a contrarre obblighi che derivano piuttosto dalla natura del matrimonio civile.

Stando alle indicazioni del ddl possono in tal contesto verificarsi episodi profondamente ingiusti: vero è che si è tenuti a prestare gli alimenti solo per un periodo determinato in proporzione alla durata della convivenza e solo se la convivenza è perdurata almeno tre anni (esempio: convivenza di 5 anni, scioglimento, obbligo conseguente di versare gli alimenti all’ex convivente in stato di bisogno per almeno 5 anni), ma è anche vero che l’obbligo di versare gli alimenti cessa qualora l’avente diritto contragga matrimonio o inizi una nuova convivenza. Allora, supponendo che io conviva per 20 anni, cesso il mio status di convivente, mi faccio versare gli alimenti, intreccio una nuova relazione affettiva e sentimentale ma non la regolarizzo né col matrimonio né col DICO: e mi godo gli alimenti e il mio nuovo convivente alla faccia di quello vecchio. E alla faccia di quel DICO che tanto ho richiesto e di cui tanto avevo bisogno.

Al di là di questi casi estremi (ma non per questo indegni di nota), c’è poi la questione dell’accesso alle graduatorie per le case popolari: anche i contraenti DICO ne avranno accesso sì, giusto, ma quale punteggio verrà loro attribuito? Lo stesso che viene attribuito a chi contrae matrimonio? Anche questa norma potrebbe surrettiziamente introdurre un’equiparazione di fatto tra chi contrae matrimonio e chi stipula un DICO, evadendo così dall’intento dichiarato di normare e tutelare esclusivamente i diritti individuali delle persona coinvolte in convivenze di varia natura.

Il ddl nel complesso sembra avere il merito di essersi realmente concentrato sul rispetto e sulla tutela dei diritti individuali, anche perché tiene conto espressamente non solo delle cosiddette coppie di fatto (eterosessuali od omosessuali che siano), ma anche di tutta una serie di convivenze nuove e non tradizionali che le nostre società vedono irrompere in uno scenario sociale sempre più complesso, dinamico, frenetico e non convenzionale.

Starà all’iter parlamentare conciliare i principi con la pratica onde evitare che quest’ultima vada a ledere i primi; compito arduo e ardua sarà la sentenza: e visti i tanti nì in circolazione da una parte e dall’altra, l’ardua sentenza sembra più affidata ai posteri che non ai contemporanei.

E in ultimo: ma se DICO sta per Diritti e Doveri dei Conviventi, perché il DO di DIDOCO si è perso per strada? forse non siamo gli unici ad aver dei dubbi sulla natura dei doveri e sui problemi che comporta al DI(DO)CO metterli sul tappeto.

Il testo (da poco on-line) del ddl su Corsera

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Mafie: consenso negato

Da diversi tempo questo blog sostiene l'associazione AmmazzateciTutti: il 17 Febbraio è prevista una manifestazione a Reggio Calabria, organizzata dai giovani di questa associazione che si batte contro tutte le mafie. Segnalarla è il minimo che possiamo fare, a favore di chi si batte per un cambiamento culturale radicale con e nello spirito di chi, servitore dello Stato, è caduto perché lo Stato non è riuscito a proteggerlo:

"se la gioventù le negherà il consenso, anche l'onnipotente e misteriosa mafia svanirà come in un incubo..."
Paolo Borsellino


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Monday, February 05, 2007

Show must go on

Dicono che una vita umana non ha prezzo. È vero. Non ha prezzo perché non vale niente.
La pantomima del cordoglio e del dolore messa su dal carrozzone sportivo e mediatico non è riuscita a tenere la scena fino alla fine dei funerali dell’ispettore di polizia Filippo Raciti, caduto venerdì scorso in servizio, presso lo stadio Massimino di Catania.
Il cerone si è sciolto presto.
Già oggi in mattinata, Mediavideo riporta le dichiarazioni di un dirigente doriano che denuncia la perdita economica derivata dallo stop al campionato: sei milioni e mezzo di euro, a suo dire, per la sua squadra. Poco dopo, i media riportano le dichiarazioni di Antonio Matarrese, presidente della Lega Calcio: “Il calcio non può chiudere, i morti sono parte del sistema. La Fiat per rilanciarsi non si è certo fermata...”; e ancora: “i morti del sistema calcistico purtroppo fanno parte di questo grandissimo movimento che le forze dell'ordine ancora non riescono a controllare. […]questa è una industria che paga i suoi prezzi”.
Il calcio è un’industria: ci siamo arresi da tempo a questa evidenza, ma non ci risultano produzioni industriali che vedono la morte quale prerogativa del bene prodotto e venduto; non ci risulta che esistano industrie dove il legame tra produttore e consumatore è tanto stretto da confonderli insieme in un unico sistema produttivo: sì perché, se la morte è parte del sistema calcio, e l’uccisione dell’ispettore Raciti è stata opera di ultrà violenti e assassini, allora dobbiamo inferire che il calcio come sistema produce morte, e che le società sportive, parte integrante del sistema, ne siano corresponsabili.
Un’ammissione di colpevolezza, dunque.
Inconscia forse, ma pur sempre una confessione volontaria.

I perbenisti si sono levati, nel giro di poche ore, il passamontagna dell’ipocrisia e della finta indignazione e commozione ostentata in TV; quello che conta per il sistema calcio è il business, la torta da spartire è grande e tanti sono i famelici che non hanno remore a banchettare sul feretro: società sportive, televisioni e sponsor su tutti.

A cosa serve lo stop del campionato? si sono chiesti retoricamente i salotti perbene dello sport televisivo in questi giorni.
Magari, cari signori dell’audience, serve per riflettere, non per azzannarsi, gridandosi dietro l’un l’altro da comode poltrone per fare audience: lo stop del campionato non voleva essere per voi, non doveva essere, l’ennesima occasione per darsi al sensazionalismo inconcludente che vi contraddistingue, alle parole vacue pronunciate alla rinfusa tra la confusione e lo stordimento generale.
Non sia mai che il campionato si fermi un’altra domenica; chissà quali bassezze sareste capaci di inventarvi: le facce contrite di circostanza, quelle, riusciamo ancora a sopportarle, seppure con un po’ di ulcera.

Forse, nemmeno stavolta l’indignazione popolare e l’apparente risolutezza del Governo, basteranno a dire basta; non sarà possibile farlo fino a che il calcio non sarà messo in grado di riappropriarsi della sua essenza: quella di essere uno sport, e non un canale privilegiato dove sfogare disagi, degradi e violenze sociali sotto un particolare riflettore. Non sarà possibile eliminare l’inciviltà sportiva e le infiltrazioni delinquenziali dal sistema calcio fino a quando non saranno tutti i soggetti appartenenti a tale sistema ad assumersi la piena corresponsabilità di ogni atto che avviene al suo interno: quando le società sportive si assolvono da ogni responsabilità, di fatto danno un consenso, sotto forma di silenzio assenso, ai crimini perpetrati fuori e dentro gli stadi in nome dello sport calcio.

Ciò che indigna, è che tale menefreghismo sia operato in nome del denaro.
Alla faccia dei valori dello sport
: questi non hanno prezzo, perché non valgono niente, come la vita umana.
Per tutto il resto, c’è Mastercard.

Leggi il commento de la Repubblica
Il reportage dai funerali su Rainews24

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Thursday, February 01, 2007

Doppia (Tripla, Quadrupla,...) Coppia

Il tema del riconoscimento delle coppie di fatto può essere il più facile o il più complesso da affrontare, secondo la serietà con la quale ci si cimenta. Un riconoscimento tout court che equipara la natura delle relazioni di fatto al legame matrimoniale è la via più semplice e banale, ed anche la meno battuta in seno alla nostra classe politica, non tanto per lo spauracchio dell’anatema (politico) papale, quanto per le evidenti contraddizioni che reca in sé, sin dall’impossibile incontro tra una coppia omosessuale e l’etimologia della stessa parola matrimonio; un’etimologia che denota il legame per quello che è, e che non può essere, in quanto tale, snaturato.



Vi sono diritti individuali che vanno riconosciuti, poiché non hanno da esistere, all’interno della società civile, cittadini di serie B; ma se il tema è questo, come è giusto che lo sia, sulla questione si ha da distinguere fra coppie di fatto eterosessuali e coppie di fatto omosessuali, poiché solo queste ultime sono soggette a discriminazioni non godendo ancora di chiare norme giuridiche che tutelino i loro diritti individuali. Una legge sui Pacs che mette i due tipi di relazione sullo stesso piano, potrebbe (condizionale d’obbligo finché il ddl non sarà presentato) fornire alla coppia di fatto eterosessuale una scappatoia dalle proprie responsabilità: esiste già il riconoscimento giuridico di una coppia eterosessuale convivente, ed è il matrimonio civile, che regola diritti e doveri di quella famiglia che è base connettiva e di sviluppo del tessuto sociale, non solo secondo Costituzione, ma anche culturalmente e antropologicamente.



I Pacs non possono essere, per le coppie di fatto eterosessuali, un doppione del matrimonio civile che ne preveda gli stessi diritti, ma non eguali doveri.



Il discorso si fa diverso per le coppie di fatto omosessuali che, in quanto tali, non rientrano nella categoria della cosiddetta famiglia naturale, e quindi, se pure – ovviamente – vanno a queste riconosciuti i medesimi diritti individuali di cui ogni cittadino gode, nondimeno non gli si può chiedere di assumersi le stesse responsabilità e gli stessi doveri che uno Stato – legittimamente – chiede di assumersi ad una coppia eterosessuale (che altrettanto legittimamente può opporsi alla richiesta, ma che, in qual caso, non può reclamare quei diritti riconosciuti a chi invece le proprie responsabilità se le è assunte contraendo matrimonio). Non si tratta di discriminazione ma di condizioni, di fatto, differenti, che prevedono diritti – ed eventualmente doveri – differenti.



È anche da contemplare – e si va così a complicare ulteriormente il problema, ma è doveroso farlo - un fenomeno tutto moderno che si è creato in conseguenza di nuovi modelli e stili di vita; è necessario prendere atto che ci si può, in talune occasioni, trovare di fronte a relazioni, per così dire, anomale, che esulano da quelle tradizionali, così come da quelle di tipo omosessuale: è il caso della convivenza tra amici, tra persone anziane, per reciproco interesse e via dicendo; sono tutte circostanze che non prevedono – né pretendono che lo sia – il riconoscimento di un legame affettivo di tipo sentimentale così come siamo abituati a definirlo.



Che fare di fronte a ciò? Può bastare una normativa ad hoc su forme contrattualistiche private che regolino la mutua solidarietà e ciò che eventualmente ne deriva?



Si tratta di circostanze complesse che, ad onor del vero, il Parlamento intero sta affrontando seriamente, mettendo in campo motivate convinzioni e soluzioni diverse, facendo prove di dialogo.Sperando che le logiche partitiche e barricadere non prendano il sopravvento sulla questione culturale e sociale che si è innescata, e che è così tanto rara vederla messa sul tappeto nei corridoi del potere.

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Wednesday, April 19, 2006

La fine dei furbetti

Lady Finanza sarà costretta a smetterne i panni. Noi, per la sua dignità, speriamo che la divisione dei beni le lasci di che vestirsi; per i nostri occhi, quale italo maschietto non si augurerebbe di vederla ridotta in mutande? (e qui ci fermiamo…) L’arresto di Stefano Ricucci non ha di per sé nulla di eclatante, è solo l’epilogo di una commedia cominciata la scorsa estate e che vedrà il suo seguito nelle aule giudiziarie.
L’immobiliarista – ex odontotecnico - di Zagarolo era davvero il più furbo: in pochi anni ha saputo leggere, interpretare ed usare a suo piacimento quei delicati ingranaggi che vanno a comporre una fitta rete che intreccia finanza, politica, costume e malcostume.
Ha interpretato fino in fondo il suo ruolo di parvenu ben sapendo che, solo calandosi nella parte che era stata a lui affidata, ne avrebbe potuto trarre massimo vantaggio.
Ha commesso un solo errore: si è creduto ancora più furbo di quanto già non fosse, e non ha capito quando era tempo di gettare la maschera e smettere di giocare, perché pochi oramai gli avrebbero retto il gioco, e ancora per poco. E d’altra parte, nessuno gli avrebbe affidato un ruolo diverso da quel che gli spettava.
Così, mentre topi e Falchi abbandonavano lo yacht, lui continuava a starne al timone impassibile, tronfio e sicuro, come il comandante del Titanic quella gelida notte.
Non sarà un’eventuale condanna di Stefano Ricucci ad indignarmi: truffatori ce ne sono tanti.
Mi indigna la particolare e morbosa attenzione che si è avuta in questi mesi a proposito dei modi e dello stile di vita di questo personaggio, onnipresente nelle cronache finanziarie, mondane e gossippare, che ne hanno fatto, inconsapevolmente o no, l’icona di un mondo irreale, glamour nella trivialità dell’ostentare.
Un mondo dove però il profumo dei fiori d’arancio non è bastato a coprire l’odore acre del denaro.
Un mondo fatto di furberie dove, per contrappasso, la furbizia non ha pagato.

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