Il Maggio trasteverino
Degno di cronaca non vi sarebbe alcunché a dire il vero, se non fosse stato L’Osservatore Romano a dare un palcoscenico, ben più ampio di quello del concerto del Primo Maggio, al pressoché sconosciuto guitto Andrea Rivera da Trastevere, che dal proscenio della più famosa Festa dei Lavoratori in Italia, ha lanciato la sua polemica invettiva contro la Chiesa Cattolica.Ma anche il quotidiano d’Oltretevere ha deciso di tener fede a quell’impegno, più o meno discutibile e proficuo, che sta caratterizzando questa fase della Chiesa cattolica, di ribattere colpo su colpo ad ogni attacco, senza esclusioni di colpi (per l’appunto).
Ma, per dibattere della questione, è fondamentale chiarire se le affermazioni del Rivera rappresentano una critica voluta, con pretesa di fondatezza, o sono facile satira.
Se quella dell’artista (?!) voleva essere una fondata critica, questa ha palesato un’ignoranza di fondo madornale, anziché una sensatezza minimamente razionale; in primo luogo, la notizia per la quale il Papa avrebbe negato l’evoluzionismo non trova riscontri in alcun documento del Magistero della Chiesa (vincolante per il credente di fede cattolica), né in alcuna Enciclica, né in qualsivoglia altro documento redatto dalla Chiesa sotto il pontificato di Benedetto XVI.
Se poi il Papa avesse anche detto (e non scritto di Suo pugno) di non credere all’evoluzionismo, nel corso di un colloquio più o meno pubblico, più o meno ufficiale (colloqui dei quali il solo Rivera pare essere a conoscenza), l’opinione personale del Pontefice non intaccherebbe minimamente né il corpus dottrinale della Chiesa, né tantomeno il fatto che ampiamente oramai, la Chiesa riconosce la fondatezza razionale della teoria di Darwin.
Ad ogni buon conto, il caro Rivera, che si erge a buon pastore e professore del proprio gregge, pontificando perle di saggezza dall’alto della sua cattedra con vista su San Giovanni Laterano, se avesse studiato un po’ di più, probabilmente saprebbe che una teoria scientifica come quella di Darwin è un modello interpretativo della realtà del mondo, non è la realtà del mondo: oggi gli scienziati mettono in discussione la teoria della relatività di Einstein perché grazie ai nuovi dati di cui la scienza dispone, quel modello non è più funzionale, o perlomeno, non lo è più in maniera ottimale così come lo era solo 10 anni fa.
Certo, oggi tutti siamo più o meno convinti dalla teoria darwiniana, ma non si nega a nessuno la libertà di credere ad altro se lo si ritiene più convincente: se Rivera pensasse che gli asini volano, o di saperla più lunga degli altri, perché negare lui quest’illusione che fortifica il suo spirito e la sua autostima?
Per inciso, ad uso e consumo di Rivera, è giusto precisare che se esiste un darwinismo rifiutato dalla Chiesa Cattolica, questo non è quello di tipo biologico (cioè la teoria dell’evoluzione della specie), bensì quello di tipo sociale di matrice positivista.
Venendo ai funerali negati a PierGiorgio Welby, presumendo che il Rivera non abbia mai fatto nemmeno una lezioncina di catechismo in vita sua (e se l’ha fatta dormiva…), qui siamo nuovamente di fronte a quella che Aristotele non esiterebbe a definire ignoranza colpevole: la Chiesa Cattolica è dotata di una sua dottrina morale che non concede il rito funebre nel caso in cui una persona abbia espresso ripetutamente e con caparbietà, nel pieno delle sue facoltà mentali, il desiderio di mortificare il dono della vita (così lo chiamano loro…) con la chiara volontà suicida. Piaccia o non piaccia, questa è la regola: non si capisce perché mai ad un uomo di estrema coerenza come PierGiorgio Welby non gliene sia mai importato nulla dei funerali religiosi, mentre chi ha combattuto la sua battaglia con lui debba con ostinazione additare come colpa della Chiesa non avergli concesso i funerali.
Ma insomma Rivera, al paradiso si crede o non si crede, tertium non datur: se ci si crede, anche il paradiso ha, qui sulla Terra, che si sappia, le sue regole, belle o brutte che siano, se non ci si crede…Amen.
Se invece, quella dell’artista (!?) voleva essere satira, allora qui si mette a tema l’opportunità di una tal satira in un tal contesto, perché la satira, la sua funzione, la sua utilità, le sue conseguenze, e anche il suo potere di suscitare ilarità e al contempo di indurre a riflessione, dipende anche dal contesto. Rivolgersi ad una folla perlopiù anticlericale e arringarla con argomenti tanto infondati quanto populisti, rischia non tanto di far ridere e riflettere, quanto di sollevare a livello epidermico quell’astio nei confronti dell’istituzione ecclesiastica che cova sotto pelle, troppo spesso in maniera immotivata e insensata proprio perché troppi sono i pastori alla Rivera che non sanno neanche loro da che parte sono girati.
Per inciso, ad uso e consumo di Rivera, è giusto precisare che se esiste un darwinismo rifiutato dalla Chiesa Cattolica, questo non è quello di tipo biologico (cioè la teoria dell’evoluzione della specie), bensì quello di tipo sociale di matrice positivista.
Venendo ai funerali negati a PierGiorgio Welby, presumendo che il Rivera non abbia mai fatto nemmeno una lezioncina di catechismo in vita sua (e se l’ha fatta dormiva…), qui siamo nuovamente di fronte a quella che Aristotele non esiterebbe a definire ignoranza colpevole: la Chiesa Cattolica è dotata di una sua dottrina morale che non concede il rito funebre nel caso in cui una persona abbia espresso ripetutamente e con caparbietà, nel pieno delle sue facoltà mentali, il desiderio di mortificare il dono della vita (così lo chiamano loro…) con la chiara volontà suicida. Piaccia o non piaccia, questa è la regola: non si capisce perché mai ad un uomo di estrema coerenza come PierGiorgio Welby non gliene sia mai importato nulla dei funerali religiosi, mentre chi ha combattuto la sua battaglia con lui debba con ostinazione additare come colpa della Chiesa non avergli concesso i funerali.
Ma insomma Rivera, al paradiso si crede o non si crede, tertium non datur: se ci si crede, anche il paradiso ha, qui sulla Terra, che si sappia, le sue regole, belle o brutte che siano, se non ci si crede…Amen.
Se invece, quella dell’artista (!?) voleva essere satira, allora qui si mette a tema l’opportunità di una tal satira in un tal contesto, perché la satira, la sua funzione, la sua utilità, le sue conseguenze, e anche il suo potere di suscitare ilarità e al contempo di indurre a riflessione, dipende anche dal contesto. Rivolgersi ad una folla perlopiù anticlericale e arringarla con argomenti tanto infondati quanto populisti, rischia non tanto di far ridere e riflettere, quanto di sollevare a livello epidermico quell’astio nei confronti dell’istituzione ecclesiastica che cova sotto pelle, troppo spesso in maniera immotivata e insensata proprio perché troppi sono i pastori alla Rivera che non sanno neanche loro da che parte sono girati.














