Versus vs versus

Friday, January 19, 2007

Vivere

Sottoponiamo alla Vostra riflessione, qui di seguito, il Manifesto: “Per il coraggio di vivere e far vivere”.

Se anche Voi lo condividete, come noi, è possibile sottoscriverlo cliccando qui.
PER IL CORAGGIO DI VIVERE E DI FAR VIVERE

MANIFESTO

PER LA GARANZIA DI UNA PRESA IN CARICO GLOBALE:
DI TRATTAMENTO, CURA E SOSTEGNO E
CONTRO L’ABBANDONO, L’ACCANIMENTO E L’EUTANASIA NEL NOSTRO PAESE
In un contesto in cui l’autonomia della persona malata o con disabilità viene univocamente
interpretata prima di tutto come il diritto di dire di no e di rifiutare qualcosa, favorendo una linea rinunciataria che sembra minare l’alleanza terapeutica tra medico e paziente, e tenta di far rientrare l’eutanasia tra i compiti della professione medica, i promotori di questo documento
ritengono importante ribadire quanto segue:

1. Il riconoscimento della dignità dell’esistenza di ogni essere umano deve essere il punto di partenza e di riferimento di una società che difende il valore dell’uguaglianza e si impegna affinché la malattia e la disabilità non siano criteri di discriminazione sociale e di emarginazione. Questo riconoscimento richiede anche concreti investimenti sul piano economico e su quello culturale, per favorire un’idea di cittadinanza allargata che comprenda tutti, come da dettato Costituzionale, e per riaffermare il valore unico ed irripetibile di ogni essere umano, anche di chi è talora considerato “inutile” poiché, superficialmente, giudicato incapace di dare un contributo diretto alla vita sociale.

2. Il dolore e la sofferenza (non solo fisica), in quanto tali, non sono né buoni né desiderabili, ma
non sono senza significato: l’impegno della medicina e della scienza per eliminare o alleviare il
dolore delle persone malate o con disabilità, e per migliorare la loro qualità di vita, evitando ogni
forma di accanimento terapeutico, è un compito prezioso che conferma il senso della professione
medica, non esaurito dall’eliminazione del danno biologico. La medicina, i servizi sociosanitari e,
più in generale, la società, forniscono quotidianamente delle risposte ai differenti problemi posti dal dolore e dalla sofferenza: risposte che vanno potenziate e che sono l’esplicita negazione
dell’eutanasia, del suicidio assistito e di ogni forma di abbandono terapeutico.

3. Non si possono creare le condizioni per l’abbandono di tanti malati e delle loro famiglie. È inaccettabile avallare l’idea che alcune condizioni di salute rendano indegna la vita e trasformino il malato o la persona con disabilità in un peso sociale. Si tratta di un’offesa per tutti, ma in particolar modo per chi vive una condizione di malattia, questa idea, infatti, aumenta la solitudine dei malati e delle loro famiglie, introduce nelle persone più fragili il dubbio di poter essere vittima di un programmato disinteresse da parte della società, e favorisce decisioni rinunciatarie.

4. Occorre rinsaldare nel Paese la certezza che ognuno riceverà trattamenti, cure e sostegni
adeguati. Prima di pensare alla sospensione dei trattamenti, infatti, si deve garantire al malato, alla persona con disabilità e alla sua famiglia ogni possibile, proporzionata e adeguata forma di trattamento, cura e sostegno. La Costituzione Italiana, tutte le leggi vigenti in Italia, oltre alla Convenzioni sui Diritti dell’Uomo e alla recente Convenzione ONU sui diritti e la dignità delle persone con disabilità, affermano la dignità di tutti ad avere il diritto all’accesso alle cure.

5. I promotori e i firmatari di questo documento si impegnano, nell’ambito delle loro professioni e secondo le loro competenze, a sostenere e difendere sempre il principio dell’accesso ad ogni tipo di intervento socio-sanitario per tutti e il chiaro NO ad ogni forma di induzione volontaria della morte o di pratica eutanasica e di implicita o esplicita istigazione al suicidio assistito.

6. La morte è un fatto e non un diritto: per questa ragione non può essere oggetto di una scelta
sostenuta dalla società civile. Ciò non significa negare il valore dell’autonomia e della libertà della
persona, ma riconoscere che il valore di ogni scelta dipende dal suo contenuto. In ogni caso,
l’equiparazione della scelta di chi vuole vivere e di chi vuole morire è scorretta per la semplice
ragione che solo la vita, e non la morte, è il fondamento dei diritti umani e della loro tutela.

7. Lo sviluppo della medicina, così come oggi la conosciamo e la pratichiamo, è stato ed è reso
possibile solo da una concezione “positiva” dell’esistenza umana, capace di accettare la sfida
dell’assistenza e della cura, anche di fronte alla patologia più severa e al declino fisico e psichico
della vecchiaia.

I promotori e coloro che aderiscono a questo manifesto ritengono che sia importante garantire una società che non abbia paura del dolore poiché usa la scienza, le leggi e le competenze per combatterlo. Ciò che era considerato incurabile e inguaribile cento anni fa oggi è spesso curabile e guaribile, e l’oscurantismo e la paura non appartengono a chi ha fiducia nell’uomo, nella sua capacità e nel suo coraggio.

Si invitano coloro che condividono le tesi qui espresse a firmare il documento e a promuoverlo in
tutte le sedi ritenute opportune.

I promotori del documento sono:

• Felice Achilli, medico; Presidente Medicina e Persona; Direttore U.O.Cardiologia,Ospedale
Manzoni, Lecco
• Marco Brayda-Bruno, medico, Direttore U.O. Chirurgia Vertebrale III, IRCCS Ist.
Ortopedico.Galeazzi Milano
• Dario Caldiroli, medico, Direttore U.O. Neuroanestesia e Rianimazione, Fondazione
IRCCS Ist. Neurologico C. Besta, Milano
• Bruno Dalla Piccola, medico, Direttore Scientifico IRCCS Casa Sollievo della Sofferenza,
Presidente Scienza e Vita, Roma
• Maria Luisa Di Pietro, medico, Presidente Scienza e Vita, Roma
• Giovanni Battista Guizzetti, medico, Direttore U.O. Stati Vegetativi, Bergamo
• Vladimir Kosic, delegato OMS per l’Italia-Functioning and Disability Reference
Group, Presidente Consulta dei Disabili Friuli Venezia Giulia; Trieste
• Matilde Leonardi, medico, delegato OMS per l’Italia-Functioning and Disability Reference
Group, Vice Presidente nazionale FIAN, Milano
• Mario Melazzini, medico, Direttore U.O. Day Hospital Oncologico IRCCS Maugeri;
Presidente nazionale AISLA, Pavia
• Adriano Pessina, filosofo, bioeticista, Direttore Centro Bioetica UCSC, Milano-Roma
• Valeria Zacchi, medico, Direttore Sanitario IRCCS Fatebenefratelli, Brescia


Per sottoscrivere e/o prendere visione del Manifesto nell’originale in versione pdf (per quanto nulla qui sia stato omesso o modificato contenutisticamente), clicca qui.

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Friday, December 22, 2006

Non sanno quello che han fatto

Chi legge potrebbe pensare alla polemica fuori luogo, magari al cattivo gusto di certe affermazioni.
Chi scrive, pensa che ci siano cose che non possono essere lasciate al non detto, condannate al silenzio da un perbenismo di facciata, da una retorica spenta.

Ci si riempie la bocca di rispetto nei confronti di PierGiorgio Welby, e si crede forse che rispetto significhi piegare le proprie idee a quelle della persona da rispettare.
Rispetto significa riconoscimento di quel valore unico che Welby rappresenta e ha rappresentato in sé e per sé, della sua dignità di essere umano unico ed irripetibile; rispetto non è abbassare il capo di fronte a quanto accaduto, ma continuare a difenderle le proprie convinzioni, siano esse di segno uguale o contrario a quelle di Welby. E quanto, per certi versi, è accaduto ieri, non è degno di un uomo che ha voluto affrontare, con coraggio e con orrore, la morte.

Secondo quanto riportato da ultim’ora Mediavideo alle 10.30 circa, un dirigente radicale affermava che Welby era deceduto per cause naturali. Basta poco perché ci si accorga che la dichiarazione non può reggere, e circa un’ora dopo un’agenzia stampa francese riporta la dichiarazione di un medico italiano secondo la quale egli stesso avrebbe staccato la spina a Welby. Attorno alle 12.30 arrivano in diretta le prime notizie dalla conferenza stampa indetta dai radicali. Si parla di sospensione di cure, di spine staccate, di sedazione: nessuno pronuncia la parola eutanasia. È il paradosso. Dopo quasi 90 giorni di lotta a favore dell’eutanasia, ieri, dappertutto, la parola eutanasia è bandita, tabù. Si respira perplessità; c’è il disorientamento di chi mette a fuoco poco a poco, capisce piano piano, lentamente.
Qualche esponente radicale in conferenza stampa parla di disobbedienza civile, ma poi si tiene a precisare che tutti si sentono tranquilli e pensano di aver agito senza aver violato la legge: e dove sta la disobbedienza allora? A chi si è disobbedito se tutto è in regola ai sensi della legge? Che senso avrebbe avuto la battaglia di Welby se la legge permetteva già quanto è stato fatto? Cos’è? Si è fatto uno show non necessario della volontà di morire di un uomo, per ottenere una vittoria politica di Pirro?

Quanta miseria e meschinità in chi non è capace di assumersi le proprie responsabilità quanto ad azioni, pensieri e parole
: ci parlavano di eutanasia, oggi di sospensione delle cure e dell’accanimento terapeutico (nonostante il parere dell’Istituto Superiore di Sanità); ci parlano di disobbedienza civile, e ci dicono che tutto è nella norma giuridica.
Non è stato necessario nessun canto di gallo affinché si tradisse lo spirito e la memoria di un uomo che si è battuto per l’eutanasia: la sua battaglia è stata rinnegata subito dopo l’alba.
Quanta ipocrisia, quanta falsità, quanta viltà.

Chi scrive, continuerà, come altri, a scrivere del suo no all’eutanasia, a favorire la tutela del diritto a vivere dignitosamente e a declinare gentilmente l’invito al culto della morte, senza remora alcuna, senza farsi intimidire da chi parla di pietà e solidarietà umane, riempiendolo del significato che strumentalmente più si confà alle sue tesi. E lo farà sempre nel rispetto di chi pensa diversamente. Un rispetto del quale ieri, uomini piccoli e meschini che avevano condiviso la battaglia di Welby, hanno colpevolmente mancato di fronte a chi, per la sua idea, ha dato la vita.

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Wednesday, December 13, 2006

E se lo dicono loro?

Dopo le critiche piovute sul precedente post, mi son sentito come San Giovanni Battista nel deserto (ci è stato nel deserto sì?!).

Poi oggi, ho letto le lettere al Corriere. Claudio Magris e Sergio Romano:

Il caso Welby e i malati che vogliono vivere

A integrazione di quanto ho cercato di dire nel mio articolo «Un caso estremo e i valori assoluti», apparso sul Corriere della Sera il 10 dicembre, vorrei richiamare l'attenzione su un altro aspetto del problema, della cui rilevanza mi sono reso conto dopo la pubblicazione del mio articolo, attraverso una dichiarazione di Mario Melazzini, primario day-hospital oncologico Irccs S. Maugeri di Pavia, presidente nazionale dell'Aisla (Associazione italiana sclerosi laterale amiotrofica) e a sua volta colpito da tale gravissima malattia neurodegenerativa e costretto sulla sedia a rotelle, capace di muovere solo due dita della mano destra, ma che continua a esercitare il suo lavoro di medico. Il primario Melazzini, dichiarando di avere il massimo rispetto per le considerazioni di Piergiorgio Welby e per le sue sofferenze, si dichiara amareggiato di vedere che si investe moltissimo (in denaro, impegno politico, comunicazione mass-mediatica e così via) per iniziative incentrate soltanto sulla rivendicazione del diritto a morire, mentre non si prendono quasi mai in considerazione le ragioni, le testimonianze, le iniziative di chi, pur in condizioni clinico-fisiche analoghe o anche peggiori di quelle di Welby, si impegna in una direzione contraria ossia per la continuazione della vita, testimoniando la volontà e la possibilità di vivere dignitosamente sino all'ultimo. Il primario Melazzini denuncia ad esempio il fatto che lo scorso 18 settembre, mentre Piergiorgio Welby «riceveva dalla più alta autorità dello Stato pubblica risposta alla sua richiesta di sospensione delle cure, rimaneva invece inevasa la silenziosa protesta di un gruppo di malati di sclerosi laterale amiotrofica provenienti da tutta Italia.Questi malati chiedevano più assistenza, più tutela della dignità dei pazienti, anche più ricerca vera. Tra di loro c'erano molte persone in carrozzina, molte ventilate artificialmente, alcune tracheomizzate; tutte in uno stadio avanzato della malattia ma con la stessa aspirazione: vivere, non morire». A livello politico e mediatico, egli aggiunge, «chi vuole morire fa notizia, mentre non fa notizia chi — magari trovandosi in identiche o anche peggiori condizioni — viene volutamente trascurato». Mi sembra doveroso dare il più ampio risalto possibile a questa denuncia, anche indipendentemente da ciò che si pensa in proposito, e mi interesserebbe naturalmente molto conoscere la sua opinione.
Claudio Magris ,

Caro Magris, temo che il primario Melazzini abbia ragione e che il desiderio di vivere sia effettivamente meno «piccante», per il mondo dell'informazione, del desiderio di morire. Spiace constatarlo, ma siamo tutti guardoni e consumatori di emozioni forti. Sbirciare dal buco della serratura un uomo che invoca la propria morte è più eccitante che assistere al quotidiano impegno di chi cerca di sopravvivere. Eppure vi è tra Welby e i malati di cui parla Melazzini un tratto comune. Tutti credono che ogni persona, venendo al mondo, debba lasciare al mondo qualcosa. Un grande filosofo spagnolo, José Ortega y Gasset, scrisse in un suo saggio che la parola «autore» deriva dal verbo latino augere, che significa aggiungere, aumentare. Se dimentichiamo per un istante il significato prevalentemente artistico che la parola ha assunto, siamo tutti «autori» perché tutti egualmente desiderosi di realizzare qualcosa, di lasciare una traccia della nostra presenza: un libro, un'opera di beneficenza, un'azienda, un patrimonio, un'invenzione, una raccolta, il ricordo di un lavoro ben fatto e della nostra abilità in un particolare settore delle attività umane. Non c'è persona, per quanto pigra e indolente, che non desideri di essere ricordata per essersi distinta in qualcosa. Il caso di Welby, a questo proposito, è esemplare. Welby non vuole scomparire nel nulla. Si serve dell'ultima parte della sua vita perché il suo caso susciti un dibattito nazionale, modifichi la legislazione italiana, crei il diritto alla morte. Nel post scriptum della lettera che ha inviato ai direttori dei giornali, chiede ai suoi compagni e sostenitori di sospendere lo sciopero della fame e li ringrazia per una «forma di lotta che ha contribuito in modo determinante al radicamento di un nuovo grande momento di dialogo e di conoscenza a tutto il Paese». Chi difende energicamente il diritto di Welby dovrebbe chiedersi contemporaneamente se il successo della sua campagna non rischi di creare in una parte della società la pericolosa convinzione che l'Italia abbia trovato finalmente la soluzione del drammatico problema delle malattie terminali. Non si deve difendere il diritto alla morte senza fare altrettanto, con eguale energia, per il diritto alla vita. (Sergio Romano)
Estratto da Corriere della Sera, 13 Dicembre 2006.

Ho capito di essere il pirla di sempre. Ma perlomeno, sono in buonissima compagnia.

AV

P.S. Questo post è massimamente autocelebrativo. Chiunque voglia commentare per rinfacciarmi il mio egotismo, sappia che ne sono già consapevole.

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Thursday, December 07, 2006

Aiutare a vivere

La vicenda umana di Piergiorgio Welby ha assunto una straordinaria rilevanza mediatica, tanta quasi da essere decontestualizzata dalla situazione di dolore e sofferenza reali dell’individuo, per essere piuttosto strumentalizzata ai fini di una battaglia politica e civile(?!) ad opera dei radicali.
I radicali sono abili comunicatori e maestri di vittimismo: a parer loro conducono sempre battaglie civili e laicamente sacrosante, e sempre sono ostacolati da una società civile medievale e feudalistica, da una Chiesa Cattolica intollerante e talebana, da un sistema mediatico reazionario, fazioso e imbavagliante. Ma il caso Welby rileva l’esatto contrario, ovvero la grande forza comunicativa del movimento radicale che riesce (con la complicità dei media) a spacciare per maggioranza dell’opinione pubblica quella favorevole all’eutanasia, quando la realtà dei fatti è ben altra, e se non altro è quella di un’opinione pubblica che il problema non se lo era mai posto e si ritrova ora a fare i conti con un’informazione assai manipolata e orientata che non consente di fare una scelta di coscienza piena e consapevole.
E cioè.
I media compiono un’operazione scorretta quando giocano con l’emotività e i sentimenti dell’opinione pubblica: le immagini di sofferenza e dolore di Piergiorgio Welby che, afflitto da distrofia muscolare, attaccato ad un respiratore, immobile a letto, chiede di essere ucciso, inevitabilmente toccano le corde emotive dello spettatore, stringono il cuore che con un singulto fa sì che si dica: “uccidetelo, perché tanto quella non è vita”. Ma in questioni etiche così delicate, giocare sull’emotività è quanto di più scorretto e aberrante si possa fare, oltre che offendere pesantemente l’intelligenza dell’opinione pubblica. La visibilità mediatica data al caso Welby getta poi ombra su altri aspetti di medesime realtà che vengono tralasciati, se non appositamente occultati, perché ciò che ci si dovrebbe chiedere, una volta accertato che non è moralmente, né eticamente, né giuridicamente possibile aiutare qualcuno a morire, è questo: c’è qualcuno e chi è questo qualcuno e quanti sono eventualmente questi qualcuno che nelle medesime condizioni psico-fisiche ed esistenziali di Welby, anziché chiedermi di morire, chiede a me, società civile, Stato, istituzioni e quant’altro, di aiutarlo a vivere? A fronte di chi chiede di aiutarlo a morire, c’è chi chiede di aiutarlo a vivere? È una domanda scomoda da porsi, e forse è scomodo chiedere ai radicali (ma a qualsiasi altra formazione politica italiana): perché questa battaglia non ha uguale merito e dignità di essere condotta tanto quanto quella per l’eutanasia? Forse chi vuole vivere è meno degno di chi vuole morire? Per quale motivo? Forse perché aiutare a morire è di gran lunga più semplice ed economico che aiutare a vivere? Perché laddove si vuole teorizzare il diritto alla morte poco ci s’interessa di quello alla vita? Forse che chi accetta la propria vita segnata dal dolore e dalla sofferenza è meno coraggioso o degno di chi vuole darsi la morte? È una questione di coraggio, di stima, di soldi, di che?
Sono migliaia in Italia le persone affette da gravi malattie degenerative e le patologie senza cure che possano perseguire la guarigione, malattie che non coinvolgono solo il paziente, ma tutto il mondo che gravita attorno al paziente, in primo luogo la sua famiglia. E spesso, troppo spesso, queste persone e le loro famiglie vengono lasciate sole, nell’indifferenza generale, benché il loro desiderio non sia altro che quello di vivere dignitosamente quanto loro resta da vivere, in qualsiasi condizione si trovino, godere dell’affetto di chi li circonda. Ed è l’indifferenza che spesso li uccide, più del dolore, della sofferenza e della malattia stessa, perché l’indifferenza li uccide dentro e diventano quell’amico fragile del quale ci si occupa un’ora al mese e nulla più. Ecco che le immagini di dolore e sofferenza legate ad una richiesta di morire ci fanno dire sì alla morte, ma le stesse immagini, fossero legate ad una richiesta di aiuto a vivere, non ci farebbero dire forse sì alla vita, nonostante tutto?


Il paradosso del caso Welby: la richiesta incessante di procurargli la morte è diventata per Welby battaglia ostinata, credo personale, motivo per svegliarsi al mattino e affrontare ciò che lui considera l’avversario, lottare assieme ai suoi amici radicali e della Fondazione Luca Coscioni per qualcosa per cui pensa ne valga la pena. La richiesta di morte è diventata ragione di vita, senso di un senso di libertà umana che si annulla solo con la morte, ma che a volte, proprio nelle circostanze più coatte e disagiate, si acuisce nel suo esercizio mentale e nello spirito. Ed è già un buon motivo per tenere duro e continuare a vivere.


La foto è opera di: confusedvision

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Wednesday, October 11, 2006

Il diritto di morire, il dovere di vivere: risposte ai commenti

Avvertenze: alle new entry che non hanno seguito il dibattito scaturito dal precedente post consiglio di andarsi a leggere post e commenti (clicca qui), altrimenti risulta difficile seguire il filo. Anche perché tanti sono i problemi messi a fuoco dai commentatori che non mi riuscirà di dare sistematicità a queste righe. Seguirò in particolare le sollecitazioni del commento di Degio, diviso in quattro punti; all’interno di questi quattro punti cercherò di dialogare con i temi posti anche dagli altri commentatori.

Prima di addentrarsi nelle questioni poste da Degio è necessario che io chiarisca perché mi sono avvalso di un’argomentazione filosofica che è parsa (giustamente) fuori luogo ad Aberdiniensis.

Nell’usare, a proposito di eutanasia, l’argomento della libertà che nega se stessa quando ci si uccide in nome della libertà, compio un’azione scorretta se mi avvalgo di tale argomentazione per sostenere l’illegittimità morale e la contraddizione del suicidio nei casi che stiamo trattando; ciò che volevo mettere in luce usando, forse impropriamente, quest’argomento è l’irreversibilità di tale atto, o meglio: di fronte alla manifestata volontà di togliersi la vita, qual è il criterio per assicurarsi che tale volontà sia suffragata da pieno e deliberato assenso, da consapevolezza piena e non transitoria? So che a molti di voi (intendo tra i cari amici che commentano benevolmente questo blog) tali esempi proprio non vanno giù, ma in base ad una logica che promuove l’eutanasia dietro consenso del paziente che ne fa richiesta, essendo impossibile verificarne la piena consapevolezza costante nel tempo, sarebbe un po’ come dire che siamo autorizzati, di principio, ad uccidere qualsivoglia essere umano che almeno una volta nella vita ha pensato di ricorrere al suicidio, magari solo perché una giornata è andata storta (e già qui leggo gli strali di Lama, ma al suo pensiero così strettamente giuridico farò riferimento dulcis in fundo).

Venendo a Degio che per primo ha sollecitato il dibattito: al punto primo del suo commento fa riferimento alla critica che ho posto alla terminologia che spesso si usa quando ci si imbatte in questioni così delicate. Un dibattito va pure iniziato, concordo con Degio, ma usare impropriamente i termini vizia l’inizio del dibattito stesso e quindi il suo stesso svolgimento; la questione può sembrare capziosa ma non lo è affatto: “la stupida ipocrisia verbale, che si cela dietro definizioni etimologiche” (cito l’anonimo, che credo l’avesse con me e non con Aberdiniensis) non appartiene a me, bensì a chi, favorevole a questa presunta dolce morte, nasconde la realtà concreta dei fatti dietro a termini e locuzioni improprie (tanto per inciso, altro paragone che a molti di voi non piacerà, lo facevano anche i nazisti). L’eutanasia è un omicidio, ma il significato della parola non mi pare proprio che lo metta in evidenza. E il suicidio assistito, cos’è? Stare a guardare uno che si uccide? Credo che la locuzione nasconda bene il fatto che prescrivere un farmaco che procura morte comporta una responsabilità morale ancor maggiore che stare a guardare una che si ammazza senza far niente (che già di per sé non è accettabile).

Il punto secondo di Degio, se non erro, tratta di quello che oggi viene chiamato testamento biologico (il termine corretto, o se non altro il primo che ha delineato tale tipo di procedura è living will). Credo di avere punti di convergenza con Degio, specie quando si riferisce all’accanimento terapeutico: tra l’altro, cessare una terapia quando questa risulta mezzo sproporzionato rispetto ai benefici che il paziente ne ricava è cosa che non dovrebbe neanche necessitare del testamento biologico, ma dovrebbe stare al buon senso e alla professionalità del medico capirlo (su come intendere le direttive anticipate, il living will, occorrerebbe un altro post per chiarire il mio pensiero, perché anche qui sorgono dubbi, problemi e perplessità di non poco conto, per quanto io sia di massima favorevole).

Punto terzo. Delicato assai. Proprio perché quelle persone soffrono e hanno dolore davvero, proprio perché loro non rispondono al paradigma dell’uomo funzionale, sono proprio loro che questa società ghettizza, emargina, isola veramente.
Una società che non trova spazio per affrontare dolore, sofferenza e morte (a tal proposito, bello l’intervento di Aberdiniensis sulla rifamiliarizzazione con la morte e col dolore) è una società che ne ha paura e che ben presto si ritroverà senza gli strumenti intellettuali e concettuali necessari per pensarle queste categorie riflettendoci sopra. Ahimè, credo che questi strumenti già manchino se si impone prepotente la volontà di risolvere il problema alla radice, perché questa è l’eutanasia: non fare i conti noi per primi con la paura della morte, del dolore, della sofferenza.
Il peggio, l’ipocrisia più grande, è che lasciamo il peso di queste paure proprio a chi la sofferenza e il dolore li vive in prima persona.
E poi, quasi presi dai sensi di colpa, ci auto-flagelliamo: punto quarto. Purtroppo Degio, non sei tu, non Ruini, non Rutelli e non io a precludere la possibilità di uccidersi a chi, pur in condizioni di infermità, ne esprime il desiderio: è terribile ammetterlo, ma è quella stessa condizione di infermità per la quale alcuni si toglierebbero la vita, che preclude loro tale possibilità. E qui mi riferisco a Lama che scrive: “Io ho sempre pensato che un difetto intrinseco nei politici, negli psicologi e, perché no, anche nei filosofi, sia una ostinata adesione a certi valori, a certe argomentazioni che, pur essendo idealmente ineccepibili, mancano del tassello fondamentale che per me dovrebbe sostenerle...Il realismo, ovvero la funzione pratica”; forse quel difetto intrinseco, è intrinseco anche ai giuristi, che nella smania di mummificare tutto e tutti nelle tavole della legge, dimenticano che esiste la possibilità (cioè la capacità) di uccidersi, ma non vige alcun diritto di uccidersi. Non esiste la tutela del diritto di uccidersi per chi può, onde per cui non vige alcuna discriminazione nei confronti di chi questa possibilità materiale l’ha perduta. Non tener conto di ciò, è mancanza di realismo.

Forse dolore e sofferenza non hanno senso né significato in loro stessi: ciò è da ricercare nelle nostre coscienze, nei nostri cuori, nei nostri ideali, nel nostro credo.
Ma uno sforzo comune per riflettere sul dolore e sulla sofferenza va fatto, da questa riflessione qualche positività deve pur scaturire, un qualche guadagno deve pur avere.
Un guadagno, pur minimo, ma per il quale valga la pena vivere ancora un giorno in più.

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Friday, October 06, 2006

Il diritto di morire, il dovere di vivere

Il termine eutanasia è un inganno; tanto che già nel 1954 il professor Luigi Scremin, docente presso l’università di Siena, preferiva la definizione di “uccisione pietosa”, una locuzione che riporta l’eutanasia a quella che nella realtà dei fatti concreti è: un omicidio. Quella che comunemente è detta eutanasia si configura come la richiesta, da parte di un soggetto infermo o comunque fisicamente inabile, di mettere fine alle proprie sofferenze e ai propri dolori procurandogli la morte; ciò significa che un soggetto esterno debba intervenire materialmente per soddisfare il desiderio del sofferente, ed è su questo soggetto esterno che ricade la responsabilità morale del gesto omicida, al di là del consenso e del desiderio di chi vuole che morte gli sia data, poiché è l’atto che si giudica, nella morale come nel diritto.

Etimologicamente poi eutanasia significa “dolce morte”, altro inganno che fa leva sull’emotività e il luogo comune popolare: ogniqualvolta che aggettiviamo la morte lo possiamo fare solo in virtù di un’osservazione esterna ed estranea; chi potrebbe mai garantirci che l’istantaneità del trapasso sia dolce e non acutamente sofferta? Nessuno, poiché nessuno, ovvio, ha avuto esperienza diretta e soggettiva della morte e vi è sopravvissuto per riportarla alle cronache. Chiamiamo l’eutanasia “dolce morte” così come diciamo “se ne è andato senza soffrire”: ma che ne sappiamo noi?
Così anche ciò che viene definito suicidio assistito è un inganno linguistico: se un medico prescrive un farmaco specificatamente atto a dare la morte al paziente (che comunque, da solo, con deliberato consenso e intenzione procede autonomamente a darsi la morte), ciò in diritto si configura come una istigazione al suicidio, così come in morale si è perpetrato un atto che non ha fatto il bene della persona umana, mancando di tutelarne la dignità e il rispetto: non mettiamo qui in discussione la possibilità di darsi la morte, ma vogliamo fortemente tematizzare come il suicidio sia in sé fonte di contraddizioni e come le nostre azioni, proprio perché viviamo in un contesto eterorelazionale, siano gravide di conseguenze: in una parola, responsabili.

Mettere in atto la possibilità, la scelta di uccidersi, è ciò che priva delle condizioni di scegliere: quale libertà per l’essere umano senza poterla esercitare questa libertà?
La vita è condizione di esercizio della libertà, della scelta, della scelta dei possibili. Rinunciare alla possibilità di scelta perché compiuta quella scelta, è contraddittorio, o quantomeno, controproducente.

Sarebbe poi facile, in un’ottica rigorosamente cattolica, argomentare come la vita sia un bene indisponibile perché essa è dono; la vita è un bene disponibile del quale occorre fare buon uso: occorre ben vivere, rendendo la vita degna di essere vissuta, anche nella sofferenza e nel dolore.
Il problema maggiore per chi soffre è ritrovarsi in una società che lo fa sentire un reietto, un peso; questo perché fa parte oramai della nostra forma mentis, il paradigma della persona funzionale, produttiva: o sei dentro un preciso standard, o sei out. Un modello spietato che si applica pressoché in ogni ambito della vita umana: lavoro, famiglia, scuola, rete d’amicizie, società, finanche istituzioni.
Non a caso d’altronde, spesso chi è a favore dell’eutanasia parla dei malati terminali come di vite ridotte alla sfera biologica (“una vita biologica non è sacra” parole del Ministro Paolo Ferrero su Panorama, pag. 49, numero 40 del 5 ottobre 2006): ma che significa? Una vita umana è una vita umana, non è possibile spezzettarla, frantumarla in quelle che sono le sfere della sua esistenza che stanno fra loro unitariamente. L’esistenza di un individuo umano non è un Lego che si possa smontare e rimontare a piacimento: ogni tassello va a comporre il senso e il significato di un individuo che si relaziona a miliardi di altri individui. E anche chi soffre e prova dolore ha un’esistenza, certo, drammaticamente segnata, ma per questo non priva di senso e significato per sé e per chi con lui si relaziona, per chi gli sta vicino e per chi cerca di condividere con lui questo percorso di vita, per quanto sia possibile, seppure dolorosamente.
Dolore e sofferenza non hanno alcunché di positivo in loro, ma la riflessione che da essi può scaturire, può essere fonte di nuovi stimoli, di energia, di coraggio.
“Solo di fronte all’altro sono colpevole” scriveva Sartre nel suo pessimismo esistenziale; ma questa frase significa anche che solo in relazione con l’altro io acquisto senso e significato, e allora la mia esistenza è con quella dell’altro connessa in uno stretto legame esistenziale a causa del quale e grazie al quale ciò che faccio non è mai indifferente.
Tantomeno la decisione di recidere tale legame.

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Wednesday, July 26, 2006

Gli embrioni Findus

Che margine interpretativo lasciano le soluzioni espresse dal Consiglio Europeo all’interno del VII programma quadro 2007-2013 quanto a possibilità di ricerca su staminali embrionali?
Nonostante il fermo no alla distruzione di embrioni a fini di ricerca, rimane più di una ragionevole perplessità in tal senso, se il Ministro italiano della Ricerca Fabio Mussi ha deciso di far suo il cosiddetto emendamento Niebler, con il quale si apre alla possibilità di una cut-off date per gli embrioni.
Che significa?
Significa fissare, a rigor di scienza, un termine ultimo oltre il quale non conviene più procedere all’impianto in utero degli embrioni crioconservati (dopo un certo periodo di crioconservazione -non ancora stabilito dagli scienziati secondo il disco orario, come vorrebbe il nostro ministro- le speranze di attecchimento in utero dell’embrione congelato sono pressoché nulle), e quindi rendere quest’ultimi disponibili alla ricerca scientifica: distruggerli per ricavarne cellule staminali sulle quali sperimentare, in sostanza.
Pago della sua idea il ministro Mussi commenta: “si tratta di campi in cui non può esistere un punto di vista assoluto ma occorre trovare un compromesso”. È vero. Ma ci sono casi in cui i principi non si possono piegare a nient’altro poiché nessuna altra ragione vi è di maggiore.

E questo è uno di quei casi.
Si può dibattere e raggiungere compromessi su quello che è il risvolto politico della questione, trovando punti di sintesi, ma non si può prescindere dal dilemma etico e dai due corni della questione: l’embrione umano o è persona umana o non lo è, tertium non datur, onde per cui non è accettabile alcuna sintesi fra un corno e l’altro del dilemma.

La questione non passa per i tavoli della politica, ma attraverso una corretta visione antropologica e la coerenza delle proprie argomentazioni.

E qui ci spieghiamo.

Se l’embrione umano non è persona umana, non c’è alcuna necessità di una cut-off date: si può legittimamente procedere alla ricerca scientifica su di un soggetto che non ha fra i suoi diritti la tutela all’esistenza e alla sua dignità.

Se l’embrione umano è persona umana, altrettanto superflua risulterà la cut-off date poiché nessuno di noi (persone umane) si sognerebbe di francobollarsi una data di scadenza sulla chiappa come fosse un surgelato qualunque: si ha una sola scadenza naturale nella vita ed è la morte, termine dell’esistenza meritevole della stessa dignità e dello stesso rispetto del suo decorso.

Se prima lo pseudo-concetto soprannumerario pretendeva una propria valenza ontologica, oggi si vuole far credere che la questione etica circa gli embrioni crioconservati abbia una scadenza, come si trattasse di un bastoncino di pesce andato a male.
Una visione a dir poco raggelante.


Citazione in corsivo tratta da: Ansa.it

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